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Ed eccomi qui pronta a ripartire con un’altra esplorazione della città insieme ad Urban Experience. Questa volta il titolo è Paesaggi umani, un bel titolo che anticipa cosa si farà dal 13 al 26 settembre.estateromana18-paesaggi-umani-cover-300x225 Cammineremo per la città e incontreremo delle persone che vogliono saperne di più di quello che le guide dicono. Meglio: cammineremo dove ci sono le tracce di cammini precedenti al nostro. Ne faccio parte da quando è nata (nel lontano e vicino 2008) e da allora con Urban experience sono andata alla scoperta di Roma, per me e per molti una grande sconosciuta. Certo nei vari percorsi, che poi hanno preso il nome di walkabout alla Chatwin, abbiamo visto sopratutto le criticità di questa città “bella e gnocca” e ogni volta mi dico che andrò solo dove si vede il bello. Ma poi mi chiedo “cos’è bello?”. Una delle tante risposte: “bello è ciò che mi fa guardare in alto per vedere cosa c’è oltre il mio sguardo”. Beh allora Roma, esplorarla  e insieme all’esplorazione incontrare persone che la vivono e cercano di tenerla libera dai rifiuti e proteggono gli alberi e vogliono la felicità di chi la abita, si avvicina di più alla mia idea di bello. E con Paesaggi Umani, edizione 2018, mi aspetto di fare questo

In origine, ovvero eravamo nel  1700 in Europa,  era la tipica usanza di nobili e  ricchi per rompere la monotonia dei pranzi ufficiali: organizzare un pranzo in mezzo ai campi o lungo i fiumi. Allora i servitori imbandivano vere tavolate e come cibo veniva consumata la selvaggina appena cacciata. In seguito  è diventato per tutti il modo più simbolico, ma anche più gioioso, per aprire la bella stagione e pranzare in libertà. Da Pasqua fino almeno a Ferragosto quando con i primi temporali estivi si godono  gli ultimi giorni di vacanza dal lavoro, poi si riprende il tran tran post ferie. Sto parlando del pic nic (da pique, spiluzzicare, e nique,  cosa di poca importanza) ovvero la scampagnata fatta con amici e parenti   compresi i bambini “fuori porta”  cioè non molto lontano da dove si vive o  in un parco verde della città. Obiettivo: stare in compagnia divertendosi e mangiando.  Il pic nic, detto in dialetto anche “romanata” o “pranzo al sacco”, è facile ed economico. Gli ingredienti sono semplici e alla portata di tutti. Occorrono: tovaglia da stendere sul prato in modo da mangiare senza sedie, cibi adatti alla condivisione  tipo polpettine di carne o vegetali, insalate di cereali con legumi, frittate  e torte salate,  pane già affettato, uova sode, sottaceti, formaggi e salumi, verdura e frutta già pulite da mangiare con le mani.

Ebbene anche per questo clima informale che facilita le amicizie, il pic nic è molto popolare. Lo sa bene la regina Elisabetta d’Inghilterra che ne ha organizzato uno molto speciale per festeggiare i suoi 70 anni di regno. Queste le caratteristiche. Location: Buckingam Palace. Invitati: 12 mila ospiti estratti a sorte. Nel cestino ognuno ha trovato un impermeabile a poncho per la prevedibile pioggia e cinque portate tipiche della tradizione culinaria inglese: salmone scozzese affumicato;  zuppa fredda di pomodori con peperone, cetriolo condite con olio alla menta; insalata di pollo; Crumble di fragole; torta al cioccolato.

A parte questo esempio  regale,  il pic nic è alla portata di tutti ed è diventato occasione per  riflettere sul cibo a chilometro zero e sul non spreco alimentare nel rispetto della natura.  Come è avvenuto sulle colline bolognesi il 5 giugno 2017 per  la Giornata internazionale del pic nic per la decrescita. Qui bisognava portare piatti di ceramica, bicchieri di vetro, posate da casa per non fare troppa spazzatura e cucinare solo piatti locali.

Tra i tanti pic nic della mia vita ne ricordo uno coloratissimo nell’isola di Mauritius dove era stato creato un parco cittadino  con  tante Tamerici,  in fila come un pioppeto, a ridosso della scogliera sull’Oceano Indiano. Uno dei pochi spazi verdi destinato a  tutti,  lasciato libero dai grandi alberghi che hanno colonizzato ogni centimetro della costa mauriziana.  L’effetto paesaggistico era quanto mai strano, tipo natura addomesticata. Dettaglio poco  importante per le centinaia di persone  che intorno alle 12 a.m. hanno cominciato ad arrivare, stendere teli colorati a terra, tirar fuori thermos giganti, contenitori per cibo (ho sbirciato e ricordo soprattutto riso con avocado e alette di pollo fritte), piatti e bicchieri di latta alla maniera indiana. Contemporaneamente sono arrivati diversi carretti motorizzati, come  i nostri gelatai negli anni Sessanta,  anticipati da sonerie tipo trenino in arrivo e un profumo di zucchero filato ha invaso l’aria. Zucchero filato di vari colori, dal fucsia al verde,  che per  diverse ore fino al tramonto  ha fatto la gioia dei presenti. Zucchero filato colorato,  direi il piatto forte del pic nic domenicale a Mauritius.

Per non smentire il proverbio “paese che vai, pic nic che trovi”.

pubblicato in http://mondita.it/

Quando un amico mi ha detto  che a Cuba  avrei sicuramente mangiato “moros y cristianos”, ovvero riso bianco e fagioli neri, non avrei mai pensato che sarebbe stato il mio piatto quotidiano.  E invece è stato così dalla prima cena all’ultimo pranzo consumato a Varadero all’Esquina, una sorta di Trattoria all’Angoletto, come se ne trovano tante da noi: piene, a mezzogiorno, degli impiegati  pubblici nella loro pausa pranzo. Dunque “moros y cristianos”, un piatto unico realizzato con gli ingredienti del territorio, come nella cultura gastronomica mediterranea può essere la pasta cucinata con  vari condimenti.cuba25

Certo il nome la dice lunga del meticciato che si è creato nell’isola caraibica. Proprio a Cuba sono stati deportati i primi schiavi  provenienti dall’Africa per il lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. E sempre qui i neri africani hanno trovato i colonizzatori bianchi, portatori della schiavitù e della religione cattolica. Ecco qua, signori il piatto è pronto in tavola: moros y cristianos, neri come i fagioli, bianchi come il riso, insieme ma separati. Anche a noi è capitato di sceglierlo proprio la prima sera del nostro arrivo all’Havana nel ristorante dell’associazione sportiva di baseball  Los Nardos, che esiste dal 1907 e da allora è punto di riferimento degli Habaneri e del turismo caraibico. Noi facevamo eccezione tra i presenti,  ma non scalpore. E ci siamo adeguate alle usanze locali: fare la fila rispettando l’ordine di arrivo, scegliere nel menù i piatti tipici. Non solo riso e fagioli ma anche pollo, un altro piatto comune molto apprezzato in tutte le sue varianti.cuba 66

Da quando a Cuba si sono aperti al turismo, è stato dato il permesso di ospitare  nelle proprie case i turisti. Sono sorti così le case particolar, i nostri bed and breakfast, dove si può chiedere di avere anche del cibo cucinato, o i paladar cioè veri ristoranti che hanno come location  vecchie dimore coloniali o appartamenti con uno stile particolare e molto affascinanti. Anche questo fa parte del viaggio e alla domanda su come si mangia a Cuba, non si può rispondere senza dire dove si è mangiato perché molto spesso il piatto è quello e non si scappa. Ma la location fa la differenza. Così al Paladar La Guarida (un condominio sociale dove hanno girato il famoso film Freysa e Cioccolato) ci hanno servito in piatti di porcellana, anche se spaiati, il solito moros y cristianos e il pollo caramellato al miele. Cucinati in modo memorabile.  Come dire: qui a Cuba abbiamo poco, ma quello che abbiamo ha un gran valore.

 

Altra piacevole scoperta metropolitana  sabato 24 gennaio mentre seguo Piedi x terra testa nel cloud di Urbanexperience andando tra le pieghe segrete (ma nemmeno troppo) di Roma:  la Riserva Naturale Valle dell’Aniene .  Durante la passeggiata, in una giornata di sole battuta dalla Tramontana, guidati da Carlo con le radio  ma  con lo sguardo e le orecchie libere di spaziare, le scoperte sono state  tante.  La priorità va allo stupore di trovare  la campagna, il famoso Agro romano, dentro il G.R.A ovvero il limite oltre il quale vanno tutti i cittadini per la gita “fuori porta”. Invece basta raggiungere via Vicovaro, quartiere Montesacro  ovvero Roma, e siamo proprio ai margini tra l’edilizia residenziale e la natura come ce la immaginiamo nelle cartoline con il fiume che scorre, i piedi che scivolano sull’erba bagnata, il verde delle colline, gli uccelli che volano e una casa vera con tanto di camino e profumo di legna bruciata.

il gruppo ha raggiunto a piedi la sponda del fiume Aniene nella Riserva Naturale

raggiunta la sponda del fiume Aniene

Si capisce che questa bellezza  non è casuale ma  frutto di battaglie fatte dai cittadini riuniti per salvaguardare il  proprio territorio  e dargli un senso.  Anche qui come in altre parti di Roma è stato realizzato un orto cittadino: tanti piccoli lotti  assegnati a singoli o gruppi di persone che li coltivano in adesione al regolamento predisposto dall’Associazione. Per sapere di più della filosofia che li sostiene e che da anni anima tanti abitanti di ROma, diventati ortisti per passione ma anche per necessità,  è utile andare a esplorare la mappa degli orti urbani realizzata da Zappata Romana che già diversi anni fa aveva colto l’ aspirazione ortista di tanti cittadini.

cavoli, cavolfiori, broccoli coltivati in inverno negli orti della RIserva

cavoli, cavolfiori, broccoli

Questo è il periodo del cavolo in tutte le variazioni sul tema , gli orti invernali sono apparentemente in riposo ma tra le zolle spuntano piantine di bietola, ciuffi di fragole, tanti segnali che la semina sta dando  buoni frutti . Ai bordi gli arbusti di aromatiche sempre verdi, in lontananza  il boschetto di alberi piantati

nella Riserva Naturale Valle dell'Aniene si trova il boschetto dove per ogni nato si può piantare un albero

per ogni bimbo nato a Roma qui si può piantare un albero

ogni volta che nasce un bambino, dal sentiero sterrato si sentono gli zoccoli di alcuni cavalli in passeggiata. Insomma proprio una bella atmosfera. Mi guardo intorno e mi stupisco ancora una volta di essere a Roma. Ma le esplorazioni urbane proseguono e così le occasioni per stupirsi

 

(rivolto a tutti coloro che vivono o vedono la condizione nonnesca in questo 2015)

Come tanti che sono diventati nonni ma sono ancora molto attivi, do importanza alla ritualità  ma sono interessata ai cambiamenti. Vivo la mia vita di nonna cercando di non mettere il silenziatore alle mie curiosità. Mi viene spontaneo ma non lo reprimo  perché essere nonna vuol dire avere dei nipoti e io desidero restare in contatto con loro e il loro mondo.  Non sono iscritta a cori di quartiere o laboratori di manualità, corsi di lingua o salotti di ex compagni di scuola perché frequenterei solo persone della mia età e sempre le stesse (confortante ma un po’ autoreferenziale incontrarsi sempre con gli stessi, se vogliamo) ma seguo direttamente  #Urban Experience, associazione di cui faccio parte fin dall’inizio, e non mi annoio. Così era stato nel 2013 con Teatri della memoria raccogliendo le interviste degli anziani di Monte Mario, così con le iniziative  che si stanno svolgendo in questo periodo sotto il nome #Piedixterra testa nel cloud . Le seguo perché vi trovo lo sforzo di unire le esperienze del territorio, ovvero ascoltare le persone che hanno qualcosa da dire del loro passato recente, con le nuove tecnologie, ovvero usare tutto ciò che mette in contatto con il mondo del presente e quindi le nuove generazioni.  Così attingiamo al web per i repertori audio, voci e musiche degli archivi, e video ovvero spezzoni di film o filmati di youtube.  Raggiunti via web e seguiti con gli auricolari delle radio trasmettitrici e camminando nei territori che andiamo ad esplorare.  Cambiamento coniugato a ritualità. Tutto gratis per noi che partecipiamo. Oggi, giovedì 22 gennaio 2015, però non parteciperò  perché Violetta, la nipotina di 13 mesi, ha l’otite e da una settimana non va al nido. Ha bisogno anche oggi per tutto il giorno delle mie cure nonnesche, di non prendere freddo, di fare una nanna lunga, di mangiare con calma, di uscire per respirare un po’ di sole nelle ore calde. E io attingerò, in questo caso, un bel po’ di calore dai suoi sorrisi e dalle sue scoperte. Che mi mancherebbero se non potessi dedicarle il mio tempo ma che rischierei di non vedere se fossi sempre dedita a lei.

.. gratis

Non vedevo l’ora che arrivasse il mio 65° anno di età per poter accedere gratuitamente ai siti culturali, quando ZAC è arrivata la sforbiciata del ministro Franceschini: stop alla gratuità per i musei agli over 65! L’ho subito considerata una brutta notizia e ho pensato a quanti miei coetanei frequentano, nel loro tempo liberato dal lavoro, mostre e cinema, siti archeologici e edifici storici. NOn lo faranno più perché anche quel modesto biglietto per alcuni è un peso insostenibile. E il loro tempo liberato dal lavoro lo ripasseranno davanti al televisore subendo programmi spesso ripetitivi e soporiferi. Poi è arrivata la notizia della prima domenica del mese con i musei statali gratuiti http://www.beniculturali.it/mibac per tutti. Ho pensato che era poco ma qualcosa era e valeva la pena aproffittarne. E così è stato ieri, 7 settembre. Ho coinvolto due amiche e siamo andate al Museo di Arte Orientale di via Merulana a Roma. Da tempo lo volevo vedere, sempre rimandavo anche per l’austerità del palazzo Brancaccio che non mi allettava. Forse la giornata di gratuità mi ha spinto ad andarci. La bigliettaia staccava gioiosa i biglietti omaggio ed ha confermato che l’iniziativa funziona. E’ stata una visita breve per quello che il museo offre, una quantità di oggetti risalenti anche a 5mila anni fa e riportati alla luce da spedizioni archeologiche italiane e da acqisizioni private. Nelle teche c’è solo una minima parte di quanto le civiltà dell’Iran, dell’Afganistan, del Tibet hanno prodotto nel passato  e che noi ignoriamo. Mentre nelle notizie dei tg passano le immagini di quelle stesse regioni dell’Oriente oggi desertificate con la distruzione di persone e cose a causa delle guerre tuttora attive.

Un misto di bellezza e tristezza insieme. Ma non perderò la prossima prima domenica del mese per visitare un altro museo statale.

La prima mappa degli artigiani e delle botteghe storiche nel cuore di Roma
Fortunato chi ha tempo da dedicare all’improvvisazione per decidere che fare. Oggi ad esempio mi sono dilettata andando in giro per zone di ROma che non conoscevo. L’occasione è stata Botteghiamo una bella ‘iniziativa che, come dice la parola (anche se non mi entusiasma), ci ha guidato in un tour alla scoperta dei rioni Ponte, Parione e Regola dove ci sono artigiani ancora attivi. Siamo entrati nelle botteghe per conoscere e ascoltare dalla lor voce l’arte di fare con le mani, trasformando materiali vari con pazienza e sapienza. Abbiamo così sentito da un doratore la difficoltà di maneggiare il sottilissimo foglio d’oro che teme la polvere e va maneggiato a porte chiuse, oppure il tappezziere che costruisce a mano di sana pianta poltrone e divani che vanno in America, o la “tappetaia” che mantiene la tradizione inaugurata nel 1860 di confezionare stuoie e tende con la fibra di cocco che provenie ancora oggi dall’ India e quella di agave dal Messico. E abbiamo visto la giovane appassionata di vetro soffiare per fare bolle trasparenti.  Poi tra un racconto e una poesia, soffermandoci a guardare i palazzi rinascimentali (tra cui in via del Governo vecchio quello occupato negli anni Settanta come Casa delle Donne)  tra i vicoli che una volta si inondavano dell’acqua del Tevere, siamo arrivati in piazza di San Salvatore in Lauro dove ci aspettavano altri artigiani, restauratori, costruttori di cappelli per abatjour, marmisti, vetrai, sarti e doratori, bevendo Chianti fresco offerto dagli organizzatori. Altra bella tradizione mantenuta in questo rione, una volta poverissimo e pieno di varia umanità.  COme raccontato nel libro “Credevamo nei miracoli”  scritto da Mario che è nato e vissuto qui tra via di Panico e via dei Coronari, a due passi da Castel Sant’Angelo.

Mi aveva attratto il titolo 12.corso polonia ma non lo avevo capito. Allora per saperne di più sono andata sul sito http://www.istitutopolacco.it/index.php?mod=2 e ho scoperto che la Polonia quest’anno festeggia un grande appuntamento: il 4 giugno 1989 ci furono le prime elezioni libere che decretarono la fine della sottomissione all’URSS. A novembre ci sarebbe stato il crollo del muro di Berlino e da lì la fine della separazione con l’ Europa dell’Est. Sono passati 25 anni e vale la pena festeggiarli con loro.  Incredibile coincidenza: avevo appena conosciuto una ragazza polacca Justyna Kaminska che ha trascorso due  mesi a ROma per conoscere meglio Urban Experience. Mi aveva emozionato sentirle raccontare che sua madre, prima che lei nascesse, osservava dalla finestra i carriarmati inviati da Jaruzelsky per le strade di Postdam a reprimere la rivolta di SOlidarnosc.  Spinta anche da questa voglia di saperne di più ieri sera sono stata al Goethe Institute per ascoltare il pianista Leszek Mozdzer, uno degli appuntamenti per il Festival della cultura polacca. Eravamo pochissimi italiani. Peccato! perché è stato bello ascoltare il virtuoso del pianoforte mentre giocava giocato con Chopin e Bach  usando il pianoforte a coda e tanti marchingegni introdotti per creare i suoi “effetti speciali”. fantastici e Gratis!

Giovedì 27 febbraio 2014

Da quando ho deciso di scrivere il giovedì per il mio diario di nonna moderna, faccio molto caso a cosa mi capita il giovedì.  Non so perché, ma questo è. E giovedì 27 febbraio non  si è smentito. La mia amica artista Daniela Monaci mi ha proposto di andare con lei alla Galleria La Nuova Pesa in via del Corso 530. “Sono assetata di arte, vengo volentieri. Qualsiasi cosa ci sia mi sta bene”, le ho risposto. E non sono rimasta delusa. Quel giorno nella galleria, una pietra miliare nelle gallerie romane (ma io non lo sapevo, il mio alibi: essere a Roma da pochi anni) si svolgeva un evento particolare: la realizzazione dal vivo di un numero della rivista d’arte. Idea bellissima: anziché un numero stampato, un numero vivo e Viva, appunto, l’hanno chiamata. Una rivista in carne e ossa,  con temi ogni volta diversi ma dedicati al corpo. Con l’ artista pittore che fa circolare un pezzo della sua  opera (dedicata ai morti antifascisti questa di Barruchello), con poeti e scrittori che leggono brani di letteratura e poesie scelti tra  tanti scritti da altri o da se stessi a comporre il numero di questo giovedì. Dedicato al sangue. Prossimo appuntamento: venerdì  14 marzo.

 

https://www.facebook.com/VivaUnaRivistaInCarneEOssa

Giovedì 13 febbraio 2014

Quanto sono importanti gli incontri casuali quando non si è più giovani? Tantissimo per me che amo parlare con gli sconosciuti mentre vago per la città alla ricerca di non so cosa. Non sono l’unica. Perché mi sono accorta che i miei anonimi interlocutori oggi mi rispondono, mentre quando ero più giovane non sembravano apprezzare la sconosciuta che rivolgeva loro la parola.  E’ per questo che quando ci si siede sulla panchina di un parco, l’anziano o anziana ci parlano del tempo o di un altro pretesto qualsiasi? Meglio rispondere, non si sa mai che bella conversazione possa scaturire. .

E’ capitato così che ho conosciuto Amalia Corrà, alla fermata dell’autobus mentre aspettavamo l’85 che ci portasse in centro in un piovoso pomeriggio di gennaio a Roma. Le chiedo da quanto tempo era in attesa e subito  la conversazione si è animata al punto che ho deciso di fare il viaggio in bus con lei fino alla sua fermata. Avevamo ovviamente molte cose in comune. Abbiamo parlato di città, di quelle ortogonali e facili da girare, di quelle tortuose cresciute senza un pensiero. E  abbiamo parlato di lingua greca moderna.  Perché lei docente di Bizantino all’Università  di Padova aveva insegnato in Grecia proprio il Demotico, a metà tra il greco volgare e il turco della dominazione. E com’è che io lo conoscevo? Ma perché era stata la mia grande passione quando scrivevo di isole greche. Così ho potuto raccontarle della Tigre in vetrina, libro poco conosciuto in Italia ma letto da tutti i bambini alle scuole elementari in Grecia proprio per conoscere il periodo della dittatura dei colonnelli.. E abbiamo parlato dei sonetti medievali italiani e dell’insolito da vedere a Roma come il Casino di caccia di Aurora Pallavicini da andare a visitare solo il primo del mese e abbiamo parlato di tanto ancora, fin quasi ad abbracciarci quando ci siamo salutate al capolinea dicendoci arrivederci per una passeggiata al Paseo di Madrid dove lei attualmente vive con sua sorella. “Non è vero”, ci siamo dette, “quello che ci hanno insegnato:  il silenzio non è d’oro, il silenzio appiattisce i cervelli”. Altra scoperta dell’età avanzata!