Si è chiusa, con centinaia di partecipanti (in presenza e connessi alla web-radio), la terza edizione di SOFTSCIENCE che dal 4 al 9 Aprile ha condotto tantissimi esploratori urbani grazie alla formula del walkabout, a scoprire e a reinterpretare, 17 luoghi di Roma, da Corviale al Mandrione, che riguardano lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 promossa dall’Onu.ipogeo

Dal Museo Diffuso nel VII Municipio con una segnaletica digitale che fa parlare un’antica statua di epoca romana acefala, dedicandola a Lucrezia Romana – stuprata dal figlio di Tarquinio il Superbo da cui prese le mosse la rivolta dei romani contro il re etrusco – che oggi, da Villa Lazzaroni sede del centro Antiviolenza di Roma Capitale si erge a simbolo della violenza subita da tante donne, alla ri-scoperta dell’ipogeo antico sotto il bar Necci, al Pigneto che da ricovero antiaereo durante la seconda Guerra Mondiale oggi è cantina per affinare vini e pecorini stagionati dove accogliere incontri sulla smart community di un quartiere che oggi ha una altissima densità creativa. E’ in questo contesto, ultimo appuntamento del progetto triennale “SoftScience. 17 goal in 17 luoghi”, che è stata proiettata la tag cloud con le 17 parole chiave circondate da quelle che sono emerse nelle esplorazioni, trasmesse su www.radiowalkabout.it e ascoltate come podcast e “mappate” da un sistema di intelligenza artificiale su www.walkipedia.it, un thesaurus delle conversazioni in walkabout.

Dal calcio sociale di Corviale con il “campo dei miracoli” inaugurato da Mattarella lo scorso 26 febbraio ,come simbolo della rinascita di una periferia estrema dove “vince chi custodisce” (come recita lo slogan sul cancello), all’incontro con l’apicoltore Fabrizio Nisi nel walkabout in Cava Fabretti dietro l’Appia Antica, immersi nell’atmosfera di un Arcadia che dimostra quanto ci sia da imparare dagli ecosistemi per ciò che oggi definiamo economia circolare: in natura tutto è connesso, tutto si trasforma.

Diciassette luoghi di Roma esplorati, attraversati, raccontati e vissuti attraverso la formula dei walkabout ideati da Carlo Infante con Urban Experience, per avvicinarsi ai diciassette obiettivi dell’Agenda 2030 promossa dall’Onu, per lo Sviluppo Sostenibile che hanno illuminato dei dettagli di Roma. Una “walking radio” che è andata dal centro alle periferie, per raccontare, nelle pieghe sottopelle della città, di povertà, cibo, salute, educazione, donne, acqua pubblica, energia green, lavoro, innovazione digitale, diseguaglianza, smart community, economia circolare, emergenza climatica, mare, biodiversità, legalità e partnership.

Il progetto, è stato curato da Urban Experience, e promosso da Roma Culture per Eureka! con il patrocinio di ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e la collaborazione dell’Università di Roma La Sapienza (Corso di formazione interdisciplinare in Scienze della sostenibilità e Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura) e dell’Università degli Studi Roma Tre (Dipartimento di Economia e quello di Scienze della Formazione).

Come ha detto Carlo Infante, ideatore della manifestazione errante: “Lo Sviluppo Sostenibile richiede un forte coinvolgimento di tutti e ciò si deve esplicitare con azioni ed esperienze urbane, non solo nei convegni. Da questa terza edizione è emerso, grazie alle nostre esplorazioni partecipate e al coinvolgimento di tanti ospiti esperti, lo spirito della Soft Science, la “scienza soffice” che riguarda la capacità di declinare il pensiero scientifico nella azione coinvolgente della società che s’interroga sui nuovi modelli di sviluppo possibile. La Società è sempre più un laboratorio in cui la Scienza, interagendo con cittadini-utenti consapevoli, deve riequilibrare tutti i processi nell’ottica dello Sviluppo sostenibile.”

Lunedì 4 aprile 2022 inizia “SoftScience. 17 goal in 17 luoghi di Roma”, per la sua terza edizione, che fino al 9 aprile tratterà dei 17 obiettivi dell’ONU-Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il progetto curato da Urban Experience e promosso da Roma Culture per Eureka! attraverso il format dei walkabout (esplorazioni partecipate radionomadi condotte da Carlo Infante) si andranno ad interpretare i 17 goal in giro per la città.

I walkabout sono conversazioni erranti, con sistemi whisper radio che permettono di ascoltare le voci dei partecipanti, coinvolti nella “radio che cammina” in streaming su radiowalkabout.it . Azioni che oltre ad esplorare luoghi, esplorano temi,liberando nel confronto radiofonico peripatetico un’energia congeniale, ludico-partecipativa.

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In una densa settimana, dal 4 al 13 dicembre, abbiamo seguito il progetto “Paesaggi Umani. Distillare storie dalle geografie per una mappa parlante” per Contemporaneamente di Roma Capitale. Le occasioni ci hanno immerso in un vero “spettacolo della città”, come  valore che emerge dalle storie inscritte nelle geografie urbane.asino che vola

Siamo partiti dall’ex Mattatoio di Testaccio dove abbiamo esplorato l’EcoMercato del cibo etico insieme alla Rete Per la Terra con i protagonisti riuniti per  presentare e commercializzare i loro prodotti agricoli realizzati fuori dalla grande distribuzione. Uno degli eventi è stato partecipare alla performance di Mariella Fabbris, attrice dalla carica umana irresistibile, che narrando la via del sale, di memoria storica, ci ha portato a degustare le acciughe in dodici modi diversi.

Il giorno dopo il walkabout (esplorazione radionomade) è al Pio Sodalizio dei Piceni, nel prezioso chiostro di San Salvatore in Lauro, rilevando i paesaggi umani delineati dall’impronta picena data da Papa Sisto V, di cui ricorre il Cinquecentenario dalla nascita, focalizzando la figura di Raffaele Fabretti, “principe della romana antichità” e primo sovrintendente ai beni culturali, protagonista del Seicento romano, consigliere sia di tre Papi sia di Cristina di Svezia. In questo contesto è stata ripresentata (dopo la prima edizione di Paesaggi Umani) un’operazione di performing media: l’animazione digitale, realizzata con un sistema di Intelligenza Artificiale da Nuvola Project, con un lavoro ben più sottile dell’effetto deep fake, attraverso un morphing attoriale, del ritratto della “Regina di Roma” (come fu riconosciuta Cristina di Svezia dal popolo romano) e dei quadri parlanti di Sisto V e Raffaele Fabretti.
La mattina dell’8 dicembre si va a Tordinona per dedicarci a un altro “nume tutelare” di Roma, Paolo Ramundo, scomparso nello scorso agosto. E’ stato una straordinaria anima rivoluzionaria, dimostrò come “riprenderci la città”. Lì dove campeggia il murales dell’ “Asino che vola”, ideato da Ramundo, durante la lotta per la casa negli anni Settanta, viene presentato il progetto visionario dell’Oculus, sviluppato con Nanni Morabito, che delinea oggi una prospettiva per il Distretto Artigiano che sta rinascendo proprio in quella “periferia” al centro di Roma.lungo l'acquedotto
A San Lorenzo si va alla prima Casa dei Bambini della Montessori, parlando della battaglia alla povertà educativa del sindaco Nathan nel 1907. E qui parliamo di come questo quartiere sia stato il primo a ribellarsi ai fascisti nel 1922 durante la Marcia su Roma.
Un walkabout psicogeografico è quello ispirato al paesaggio sospeso dell’attesa, seguendo l’approccio per cui una parola chiave ci sollecita a porre uno sguardo sui luoghi che si attraversano. Un esercizio che abbiamo avviato anni fa con l’attrice-autrice Consuelo Ciatti, seguendo alcune suggestioni rese da Samuel Beckett, maestro dei paradossi urbani, come “Rifiuti” realizzato al Centro Raccolta di Cinecittà (misurandoci con “Giorni felici”) e “Desolazione” interpretando un frammento di “Cascando” al Roxy bar della Romanina, dove ci si rivoltò alla prepotenza dei Casamonica.
Venerdì 10 dicembre il walkabout scorre  lungo l’Acquedotto Felice per ripercorrere la memoria di Don Sardelli, con Matteo Amati, uno dei maggiori protagonisti dell’agricoltura sociale in Italia, che nel 1971 affiancò Don Roberto nella lotta alla povertà educativa in quella che fu considerata la Calcutta d’Europa. Ascoltiamo, estratti in podcast dal docufilm “Non Tacere” di Fabio Grimaldi, titolo anche del libro collettivo che testimonia l’esperienza della “scuola di strada” detta 725, per il numero della baracca in cui si sviluppò quell’esperienza nel 1968.
Il pomeriggio dello stesso venerdì s’incontra Marco Baliani, il maestro del teatro di narrazione, in cui si parla di come la tensione politica rivoluzionaria forgiò poetiche inedite. Ciò vale anche per il walkabout di sabato ad Acilia dove si è ripercorsa la memoria della sua infanzia, messa in forma nel romanzo “Nel regno di Acilia”.lucrezia
Domenica all’Antiquarium di Lucrezia Romana si narra una delle  storie più significative di Roma. E’ quella di Lucrezia, moglie di Collatino,  di cui s’evocata la storia del suo suicidio dopo lo stupro subito dal figlio di Tarquinio il superbo. Ciò accade attraverso i versi che gli dedicò William Shakespeare, in un poema che rese famoso quel sacrificio che nel V secolo a.c. determinò la rivolta dei romani contro il re etrusco per cui nacque la Repubblica. Si è fatto parlare Lucrezia dipinta in un quadro di Cranach animato dal tocco artigiano di intelligenza artificiale messo a punto da Nuvola Project.
L’ultima mossa è al Quirinale, nel giorno del compleanno di Sisto V che segna il 500nario “der papa tosto”, nel luogo che lui stesso ha fatto diventare sede istituzionale e che ha visto la fine dei suoi giorni. Lungo il percorso si innervano più chiavi di lettura, dall’impronta di Sisto V all’importanza di una percezione contemporanea per riconoscere il Quirinale come ” la casa degli Italiani”, grazie all’operazione “Quirinale contemporaneo” in cui accanto alle vestigia secolari si combinano opere d’arte contemporanea e di raffinato design.
Un focus è stato individuare gli appartamenti in cui risiedeva Raffaele Fabretti nel 1689. Monsignor Fabretti è stato una figura chiave del XVII secolo romano: è il trait d’union tra l’impronta picena di Sisto V un secolo prima e l’evoluzione del Barocco, seguendo da vicino Cristina di Svezia nella configurazione dell’Arcadia. E’ con lei, considerata la Regina di Roma, che portò con sé la “Atene del Nord”, la prima Accademia Reale delle Scienze che poi fu concepita come Arcadia.fabretti AR
Alla fine Nuvola Project presenta delle cartoline che funzionano come marker per una Realtà Aumentata che fa parlare Raffaele Fabretti.
Questa visita istituzionale di Urban Experience al Quirinale ha scandito l’avvio del 500nario di Sisto V. Un vero e proprio primo passo pubblico per aprire uno sguardo prospettico sul Papa che rifondò Roma dopo essere stata devastata, come mai nella sua storia di declini,  dai Lanzichenecchi nel 1527. Una violazione di tale gravità che qualcuno associa al  cinismo disincantato, e ormai congenito ,dei romani.

E’ possibile ascoltare tutte le conversazioni radionomadi nella mappa parlante su www.radiowalkabout.it realizzata con i geo-podcast: le registrazioni degli streaming web radio georeferenziati lungo i percorsi urbani.

Abbiamo partecipato a Performing Media! per Estate Romana che dal 14 al 20 settembre ha messo in campo 14 interventi, tra walkabout, experience lab, performance e installazioni agite con sistemi di intelligenza artificiale.

Oltre ai walkabout (le esplorazioni partecipate radionomadi che caratterizzano Urban Experience), ci sono stati altri eventi  connotati da significative competenze drammaturgiche, capaci d’innestare nelle coscienze l’intimità di percorsi ad alto tasso emozionale.  the walkCome è successo con  il perturbante The Walk di Cuocolo-Bosetti  (ascolta nella mapparlante la conversazione con Renato Cuocolo, avvenuta prima della performance) che ha solcato l’Acquedotto Felice a Tor Fiscale, a pochi passi dal campo barbarico, dove tra i fornici sono ancora presenti i segni delle baracche che fino alla seconda metà degli anni Settanta hanno invaso tutta la zona, creando un “sottomondo” degradato, ma poi redento grazie anche all’attività coraggiosa di figure come Don Sardelli (vedi questo report di uno dei tanti walkabout in quel territorio). All’inquietudine di The Walk che evoca gli ultimi passi di un amico morto accidentalmente, lo stato d’animo degli spettatori viene così pervaso dall’inquietudine che quel luogo esprime in sé, come un sottotesto. L’attrice Roberta Bosetti che ci conduce in questo viaggio intimo, coglie dei dettagli e li innesta nella sua partitura drammaturgica, come quando indica un portasaponette nero, cementato sulla parete dell’acquedotto, rivelando che proprio lì c’era un bagno privato. Si inforca poi un sentiero in mezzo ad un canneto, mentre inizia a fare buio, per poi fare tappa sotto una galleria ferroviari dove veniamo investiti dal rumore dei treni che sferragliano, una colonna sonora di realtà, concreta, drastica. Quando la Bosetti ci lascia, lasciandoci soli a contare fino a cento, con gli occhi chiusi, ci risuona nella testa una di quelle frasi di cui è ricca quella drammaturgia desolata: “camminare è pensare”. Lo sapevamo ma quel tocco, con tale tono di perturbante drammaticità, insorge come un’epifania teatrale che investe nella qualità di una rivelazione che commuove.

altro sguardo

Altro modo, quello dei Silent Play di Carlo Presotto che hanno un’impronta pedagogica, ludico-partecipativa, come dei giochi di ruolo di caratura emozionale, in una palestra d’empatia. Prima di iniziare, ci controntiamo con l’autore Carlo Presotto nello spazio antistante la scuola di musica “Battiti”, incastonata sotto i portici dell0 stesso Acquedotto Felice, straordinaria infrastruttura ricostruita in soli due anni (1585-1587) dal papa Sisto V inglobando gli acquedotti Claudio e Marcio. Ci confrontiamo sulla metodologia, conversando-camminando fin verso il giardino che il comitato di Casilina vecchia ha rigenerato. Il Silent Play che qui trova luogo  è Sospesi (scritto da Presotto con Paola Rossi e che abbiamo già portato a Roma qualche anno fa) si basa su una modalità di performing media che esprime al miglior grado la condizione teatrale attraverso la partecipazione in un processo che simula la situazione complessa di un migrante che rischia di ritrovarsi ultimo tra gli ultimi. Nella dimensione immersiva dell’ascolto in cuffia ci si ritrova nei panni dell’altro, pronti a lasciare tutto per partire verso un’esperienza incognita. L’azione che gli spettatori intraprendono, guidati dalla voce-guida, li porta a misurarsi con la cognizione dello spaesamento. Si percepisce, in prima persona, come i comportamenti indotti  possano sottrarre l’identità e farci ritrovare nella postura tipica del migrante soccorso, semplicemente indossando o i giubbetti fosforescenti dei soccorritori o la coperta termica, con una bottiglietta d’acqua in mano.

L’altro Silent Play è Un altro sguardo, realizzato a Villa Lazzaroni, domenica mattina con una partecipazione che ha travalicato le prenotazioni. Qui la soluzione del gioco di ruolo diventa ancora più esplicita, in un gioco  dove si è invitati a guardarsi, rispecchiandosi nei gesti dell’altro, e a prendersi cura del partner occasionale, toccandolo (cosa che per molti è ancora un tabù, per via del paradosso pandemico). E’ un’operazione che deriva dal progetto  “il volto dell’Altro” realizzata per Caritas international in collaborazione con l’associazione Non dalla Guerra in occasione della Giornata mondiale della gioventù 2019 a Panama. Un gesto pubblico che lascia sconcertati gli ignari frequentatori della villa, assistendo a questo happening silenzioso che scuote le coscienze dei partecipanti, scoprendo come il teatro migliore possa essere quello che accade dentro, nella tua testa.

 

Nonna Moderna riprende il suo blog scegliendo Paesaggi Umani , svolto dal 29 ottobre al 19 novembre nell’ambito di ContemporaneamenteRoma2019, dove Urban Experience ha  fatto parlare Roma, camminandola e rilanciandola via radio, lasciando le tracce georeferenziate, realizzando una mappa parlante. E’ stata un’esperienza nel vero senso della parola, che ha azionato tutti i sensi e cliccando sui punti attivi del geoblog si possono ascoltare  i “paesaggi umani”, delineati sia dai protagonisti dei territori sia dagli spettatori-cittadini attivi che esplorando un luogo esplorano se stessi. Dai walk about non si esce indifferenti, c’è sempre qualcosa o qualcuno che ti fa aguzzare lo sguardo o le orecchie.

La conduzione di Carlo Infante punta proprio ad attirare la partecipazione creando sorprese e stupore nei partecipanti. E così anche ciò che ti sembra di conoscere molto bene, come la città in cui vivi, si anima di nuove sfumature.

Il paesaggio è la risultante di un luogo, non è solo un’impronta geologica ma un’autobiografia. Meglio, è come il volto di un territorio, una forma segnata dalla vita che scorre. E’ con questa convinzione che Urban Experience esplora i territori, rilevando le tracce di  chi li ha vissuti e attraversati, per rivelare il senso di quei luoghi interpretandone la trama. In una ricomposizione di quei “paesaggi umani” fatti di storie inscritte nelle geografie. La definizione che diamo a queste esplorazioni è walkabout per creare le condizioni abilitanti attraverso conversazioni peripatetiche tese a qualificare il coinvolgimento dei partecipanti. Per essere più precisi: si tratta di un format di innovazione culturale che si connota come “esplorazione partecipata”, utilizzando i media radiofonici e web per attivare quelle dinamiche interattive di cui è alimentato il performing media storytelling. La singolarità di questa progettualità, curata da Carlo Infante, è nello streaming via webradio che lascia traccia sulle mappe geolocalizzando la conversazione nomade in podcast che di fatto scrivono, parlandole in cammino, storie nelle geografie romane.

Storie come quelle che riguardano Sisto V, in vista del Cinquecentenario della nascita del Papa che rifondò Roma; quelle  nel dark side del Gazometro, nell’area industriale dell’Ostiense dove si è sviluppata nei primi del Novecento la Modernità della città; quelle dei bombardamenti del 1943 sciamando dal Tuscolano a San Lorenzo; quelle della Cava Fabretti  opificio di sampietrini riassorbito dalla natura selvaggia, a pochi passi dall’Appia Antica; quelle dei movimenti creativi del 1968 che hanno contribuito alla prima rigenerazione urbana a Tor di Nona; quelle delle apparizioni beckettiane di Piazza Vittorio che ritroviamo, reinventate da Consuelo Ciatti, al Centro Raccolta Rifiuti di Cinecittà; quelle recuperate negli archivi della Scuola Garibaldi al Tuscolano dove si sono trovati i registri di classe che testimoniano le discriminazioni razziali del 1938; quelle che abbiamo incontrato al Binario95 la “casa dei senza casa”; quella dell’artista senegalese Mokodu nel suo tragitto quotidiano tra Tuscolano e Pigneto, solcando il Mandrione; quella del nido d’amore di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini nella villa a Tor Carbone ora sede di un istituto alberghiero d’eccellenza; quella del Parco del Salute al S.Maria della Pietà che ha riscattato l’internamento manicomiale; quelle dei tesori archeologici scoperti con gli studenti dell’Anagnina; quella del complesso di Via Ramazzini rifondato e gestito dalla Croce Rossa; quella degli Uccelli, l’ala creativa del Movimento del 1968 in un docufilm che ne ripercorre l’avventura; quella della smart community di Centocè. Questo è il videoreport di Massimo di Leo in cui si ricostruiscono le diverse tappe di Paesaggi Umani.

Quale titolo sarebbe più azzeccato di Almone Rhapsody per la nuova iniziativa di Urban Experience? La rapsodia è un ‘antica forma di poesia e una partitura musicale ma in questo caso gli elementi sono la narrazione nomade, mescolando passeggiate in conversazione e supportate da una trasmissione radiofonica. E i partecipanti stessi diventano rapsodi , poeti e musican ti. Filo conduttore, potremmo dire base sonora, della rapsodia è il fiume Almone , uno dei tre fiumi di Roma , fiume arcaico e amato dagli antichi Romani che sottolineavano nell ‘etimo Almo il culto della vita e della fertilità. almoneOggi l’Almone è in gran parte stato intubato e maltrattato (fece notizia la diga di canne e plastiche). Fuorché nel tratto che attraversa il parco della Caffarella grazie agli eroici volontari dell’Associazione che lo hanno ripulito dalla “monnezza” che vi scaricavano a monte, e restituito con le sue chiare e fresche acque ai frequentatori del parco. Non solo criticit à dunque nei walkabout di Urban Experience, ma anche respiro per c hi si adopera per rivitalizzare ciò che è stato abbandonato. In cinque incontri abbiamo “ascoltato” l’Almone. Osservandolo al tramonto dal ponte della Scienza proprio dove entra nel Tevere, in una specie di terra di n essuno, riflettendo alla Cartiera Latina quando il fiume era fon te di forza motrice per le macchine agricole e industriali. Facendolo “parlare” con le voci d’archivio dell’AMOOD -Archivio del Movimento operaio e democratico , proprio all’altezza dei Mercati Generali che rappresentano un bell ‘esempio di rigenerazione urbana. Ma sopratutto domenica 23 la rapsodia ha raggiunto il suo apice perché costeggiando il fiume ne abbiamo ripercorso le tappe storice più antiche quando la realtà era fatta sopratutto di natura e miti. Ecco allora la voce di Consuelo Ciatti far parlare la dea Cibele, divinità frigia inclusa nel pantheon romano , evocare la Lavatio Matris Deum ovvero la pietra nera che veniva portata in processione e lavata nel fiume . E poi costeggiando la Cisterna romana arriviamo al Ninfeo della ninfa Egeria. Un vero mix di natura, mitologia, psicogeografia.

Ed eccomi qui pronta a ripartire con un’altra esplorazione della città insieme ad Urban Experience. Questa volta il titolo è Paesaggi umani, un bel titolo che anticipa cosa si farà dal 13 al 26 settembre.estateromana18-paesaggi-umani-cover-300x225 Cammineremo per la città e incontreremo delle persone che vogliono saperne di più di quello che le guide dicono. Meglio: cammineremo dove ci sono le tracce di cammini precedenti al nostro. Ne faccio parte da quando è nata (nel lontano e vicino 2008) e da allora con Urban experience sono andata alla scoperta di Roma, per me e per molti una grande sconosciuta. Certo nei vari percorsi, che poi hanno preso il nome di walkabout alla Chatwin, abbiamo visto sopratutto le criticità di questa città “bella e gnocca” e ogni volta mi dico che andrò solo dove si vede il bello. Ma poi mi chiedo “cos’è bello?”. Una delle tante risposte: “bello è ciò che mi fa guardare in alto per vedere cosa c’è oltre il mio sguardo”. Beh allora Roma, esplorarla  e insieme all’esplorazione incontrare persone che la vivono e cercano di tenerla libera dai rifiuti e proteggono gli alberi e vogliono la felicità di chi la abita, si avvicina di più alla mia idea di bello. E con Paesaggi Umani, edizione 2018, mi aspetto di fare questo

In origine, ovvero eravamo nel  1700 in Europa,  era la tipica usanza di nobili e  ricchi per rompere la monotonia dei pranzi ufficiali: organizzare un pranzo in mezzo ai campi o lungo i fiumi. Allora i servitori imbandivano vere tavolate e come cibo veniva consumata la selvaggina appena cacciata. In seguito  è diventato per tutti il modo più simbolico, ma anche più gioioso, per aprire la bella stagione e pranzare in libertà. Da Pasqua fino almeno a Ferragosto quando con i primi temporali estivi si godono  gli ultimi giorni di vacanza dal lavoro, poi si riprende il tran tran post ferie. Sto parlando del pic nic (da pique, spiluzzicare, e nique,  cosa di poca importanza) ovvero la scampagnata fatta con amici e parenti   compresi i bambini “fuori porta”  cioè non molto lontano da dove si vive o  in un parco verde della città. Obiettivo: stare in compagnia divertendosi e mangiando.  Il pic nic, detto in dialetto anche “romanata” o “pranzo al sacco”, è facile ed economico. Gli ingredienti sono semplici e alla portata di tutti. Occorrono: tovaglia da stendere sul prato in modo da mangiare senza sedie, cibi adatti alla condivisione  tipo polpettine di carne o vegetali, insalate di cereali con legumi, frittate  e torte salate,  pane già affettato, uova sode, sottaceti, formaggi e salumi, verdura e frutta già pulite da mangiare con le mani.

Ebbene anche per questo clima informale che facilita le amicizie, il pic nic è molto popolare. Lo sa bene la regina Elisabetta d’Inghilterra che ne ha organizzato uno molto speciale per festeggiare i suoi 70 anni di regno. Queste le caratteristiche. Location: Buckingam Palace. Invitati: 12 mila ospiti estratti a sorte. Nel cestino ognuno ha trovato un impermeabile a poncho per la prevedibile pioggia e cinque portate tipiche della tradizione culinaria inglese: salmone scozzese affumicato;  zuppa fredda di pomodori con peperone, cetriolo condite con olio alla menta; insalata di pollo; Crumble di fragole; torta al cioccolato.

A parte questo esempio  regale,  il pic nic è alla portata di tutti ed è diventato occasione per  riflettere sul cibo a chilometro zero e sul non spreco alimentare nel rispetto della natura.  Come è avvenuto sulle colline bolognesi il 5 giugno 2017 per  la Giornata internazionale del pic nic per la decrescita. Qui bisognava portare piatti di ceramica, bicchieri di vetro, posate da casa per non fare troppa spazzatura e cucinare solo piatti locali.

Tra i tanti pic nic della mia vita ne ricordo uno coloratissimo nell’isola di Mauritius dove era stato creato un parco cittadino  con  tante Tamerici,  in fila come un pioppeto, a ridosso della scogliera sull’Oceano Indiano. Uno dei pochi spazi verdi destinato a  tutti,  lasciato libero dai grandi alberghi che hanno colonizzato ogni centimetro della costa mauriziana.  L’effetto paesaggistico era quanto mai strano, tipo natura addomesticata. Dettaglio poco  importante per le centinaia di persone  che intorno alle 12 a.m. hanno cominciato ad arrivare, stendere teli colorati a terra, tirar fuori thermos giganti, contenitori per cibo (ho sbirciato e ricordo soprattutto riso con avocado e alette di pollo fritte), piatti e bicchieri di latta alla maniera indiana. Contemporaneamente sono arrivati diversi carretti motorizzati, come  i nostri gelatai negli anni Sessanta,  anticipati da sonerie tipo trenino in arrivo e un profumo di zucchero filato ha invaso l’aria. Zucchero filato di vari colori, dal fucsia al verde,  che per  diverse ore fino al tramonto  ha fatto la gioia dei presenti. Zucchero filato colorato,  direi il piatto forte del pic nic domenicale a Mauritius.

Per non smentire il proverbio “paese che vai, pic nic che trovi”.

pubblicato in http://mondita.it/

Quando un amico mi ha detto  che a Cuba  avrei sicuramente mangiato “moros y cristianos”, ovvero riso bianco e fagioli neri, non avrei mai pensato che sarebbe stato il mio piatto quotidiano.  E invece è stato così dalla prima cena all’ultimo pranzo consumato a Varadero all’Esquina, una sorta di Trattoria all’Angoletto, come se ne trovano tante da noi: piene, a mezzogiorno, degli impiegati  pubblici nella loro pausa pranzo. Dunque “moros y cristianos”, un piatto unico realizzato con gli ingredienti del territorio, come nella cultura gastronomica mediterranea può essere la pasta cucinata con  vari condimenti.cuba25

Certo il nome la dice lunga del meticciato che si è creato nell’isola caraibica. Proprio a Cuba sono stati deportati i primi schiavi  provenienti dall’Africa per il lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero. E sempre qui i neri africani hanno trovato i colonizzatori bianchi, portatori della schiavitù e della religione cattolica. Ecco qua, signori il piatto è pronto in tavola: moros y cristianos, neri come i fagioli, bianchi come il riso, insieme ma separati. Anche a noi è capitato di sceglierlo proprio la prima sera del nostro arrivo all’Havana nel ristorante dell’associazione sportiva di baseball  Los Nardos, che esiste dal 1907 e da allora è punto di riferimento degli Habaneri e del turismo caraibico. Noi facevamo eccezione tra i presenti,  ma non scalpore. E ci siamo adeguate alle usanze locali: fare la fila rispettando l’ordine di arrivo, scegliere nel menù i piatti tipici. Non solo riso e fagioli ma anche pollo, un altro piatto comune molto apprezzato in tutte le sue varianti.cuba 66

Da quando a Cuba si sono aperti al turismo, è stato dato il permesso di ospitare  nelle proprie case i turisti. Sono sorti così le case particolar, i nostri bed and breakfast, dove si può chiedere di avere anche del cibo cucinato, o i paladar cioè veri ristoranti che hanno come location  vecchie dimore coloniali o appartamenti con uno stile particolare e molto affascinanti. Anche questo fa parte del viaggio e alla domanda su come si mangia a Cuba, non si può rispondere senza dire dove si è mangiato perché molto spesso il piatto è quello e non si scappa. Ma la location fa la differenza. Così al Paladar La Guarida (un condominio sociale dove hanno girato il famoso film Freysa e Cioccolato) ci hanno servito in piatti di porcellana, anche se spaiati, il solito moros y cristianos e il pollo caramellato al miele. Cucinati in modo memorabile.  Come dire: qui a Cuba abbiamo poco, ma quello che abbiamo ha un gran valore.

 

C’è aria di festa in questi giorni tra i filari di piante e i semenzai della Ditta Ingegnoli di Milano. Aperta nel lontano 1789 in quella che era la campagna e ora è centro città, ebbe la lungimiranza di importare i semi della pianta del caco, detto anche kaki, dalla lontana Cina. Quindi non i soliti mercanti arabi o i botanici viaggiatori ma i due fratelli capostipiti della ditta di sementi che tuttora, dopo ben sei generazioni, continua a “seminare” orti e giardini italiani e oltre confine.caco

Il caco, dicevamo. Se non fosse per gli Ingegnoli il caco sarebbe ancora pianta esotica mentre ora è prodotto in abbondanza e con i suoi frutti colora l’inverno da noi ma non sempre è apprezzato perché allappa se ancora acerbo, si disfa in mano se è troppo maturo.  Eppure in Cina è considerato l’albero dalle sette virtù per la dolcezza dei frutti, la robustezza del legno, la longevità della pianta, l’impiego decorativo delle sue foglie, il fuoco prodotto dall’ardore dei suoi rami, la possibilità per gli uccelli di nidificare tra i rami, la sagoma ombreggiata creata dall’imponente albero.

E se attraverso i semi del caco possiamo festeggiare i duecento anni di questa pianta, l’occasione è buona per riflettere in generale sull’importanza dei semi e la lungimiranza di chi li cura, li essicca, li conserva e li fa di nuovo germogliare. Per associazione, la mente va dritta a Vandana Shiva, la studiosa indiana di economia mondiale che ha fondato il centro Navdania, una vera banca del seme agricolo.  In realtà Navdania è il nome di un´antica tradizione indiana che vuole che il primo giorno di ogni anno le donne piantino 9 semi in un vaso. Dopo 9 giorni le donne portano i loro vasi al fiume e confrontano i risultati della semina: questo consente di vedere chi ha ottenuto i germogli migliori e genera una serie di scambi di semi. Questa pratica fa sì che ogni famiglia possa avere a disposizione i semi migliori e ogni villaggio possa ottenere cibo abbondante. Proprio il tema dei semi e delle loro conservazione rappresenta l´anima del movimento Navdania. Ad oggi nella banca dei semi della fattoria di Vandana Shiva, vero tempio della biodiversità, si trovano i semi di 600 specie vegetali indiane: 250 tipi di riso, di cui 13 di basmati, 19 tipi di grano, 3 di mais, 4 di lenticchie, 6 di senape. La banca è in continuo arricchimento e ai semi indiani ogni anno se ne aggiungono altri provenienti da tutto il mondo.

La scelta di fare un passo indietro, abbandonare l´abbondante uso di prodotti chimici in agricoltura conseguente alla ´green revolution´ indiana e all´introduzione dell´agricoltura intensiva, è alla base della filosofia che anima il centro Navdania. E di questo Vandana  parlerà in una Lectio magistralis intitolata “La democrazia della Terra”, domenica 28 gennaio 2018 al Cinema Odeon di Firenze in collaborazione con Terra Nuova Editrice e Altracittà Le Piagge.

pubblicato su Mondita