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Si è chiusa, con centinaia di partecipanti (in presenza e connessi alla web-radio), la terza edizione di SOFTSCIENCE che dal 4 al 9 Aprile ha condotto tantissimi esploratori urbani grazie alla formula del walkabout, a scoprire e a reinterpretare, 17 luoghi di Roma, da Corviale al Mandrione, che riguardano lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 promossa dall’Onu.ipogeo

Dal Museo Diffuso nel VII Municipio con una segnaletica digitale che fa parlare un’antica statua di epoca romana acefala, dedicandola a Lucrezia Romana – stuprata dal figlio di Tarquinio il Superbo da cui prese le mosse la rivolta dei romani contro il re etrusco – che oggi, da Villa Lazzaroni sede del centro Antiviolenza di Roma Capitale si erge a simbolo della violenza subita da tante donne, alla ri-scoperta dell’ipogeo antico sotto il bar Necci, al Pigneto che da ricovero antiaereo durante la seconda Guerra Mondiale oggi è cantina per affinare vini e pecorini stagionati dove accogliere incontri sulla smart community di un quartiere che oggi ha una altissima densità creativa. E’ in questo contesto, ultimo appuntamento del progetto triennale “SoftScience. 17 goal in 17 luoghi”, che è stata proiettata la tag cloud con le 17 parole chiave circondate da quelle che sono emerse nelle esplorazioni, trasmesse su www.radiowalkabout.it e ascoltate come podcast e “mappate” da un sistema di intelligenza artificiale su www.walkipedia.it, un thesaurus delle conversazioni in walkabout.

Dal calcio sociale di Corviale con il “campo dei miracoli” inaugurato da Mattarella lo scorso 26 febbraio ,come simbolo della rinascita di una periferia estrema dove “vince chi custodisce” (come recita lo slogan sul cancello), all’incontro con l’apicoltore Fabrizio Nisi nel walkabout in Cava Fabretti dietro l’Appia Antica, immersi nell’atmosfera di un Arcadia che dimostra quanto ci sia da imparare dagli ecosistemi per ciò che oggi definiamo economia circolare: in natura tutto è connesso, tutto si trasforma.

Diciassette luoghi di Roma esplorati, attraversati, raccontati e vissuti attraverso la formula dei walkabout ideati da Carlo Infante con Urban Experience, per avvicinarsi ai diciassette obiettivi dell’Agenda 2030 promossa dall’Onu, per lo Sviluppo Sostenibile che hanno illuminato dei dettagli di Roma. Una “walking radio” che è andata dal centro alle periferie, per raccontare, nelle pieghe sottopelle della città, di povertà, cibo, salute, educazione, donne, acqua pubblica, energia green, lavoro, innovazione digitale, diseguaglianza, smart community, economia circolare, emergenza climatica, mare, biodiversità, legalità e partnership.

Il progetto, è stato curato da Urban Experience, e promosso da Roma Culture per Eureka! con il patrocinio di ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e la collaborazione dell’Università di Roma La Sapienza (Corso di formazione interdisciplinare in Scienze della sostenibilità e Dipartimento di Pianificazione, Design e Tecnologia dell’Architettura) e dell’Università degli Studi Roma Tre (Dipartimento di Economia e quello di Scienze della Formazione).

Come ha detto Carlo Infante, ideatore della manifestazione errante: “Lo Sviluppo Sostenibile richiede un forte coinvolgimento di tutti e ciò si deve esplicitare con azioni ed esperienze urbane, non solo nei convegni. Da questa terza edizione è emerso, grazie alle nostre esplorazioni partecipate e al coinvolgimento di tanti ospiti esperti, lo spirito della Soft Science, la “scienza soffice” che riguarda la capacità di declinare il pensiero scientifico nella azione coinvolgente della società che s’interroga sui nuovi modelli di sviluppo possibile. La Società è sempre più un laboratorio in cui la Scienza, interagendo con cittadini-utenti consapevoli, deve riequilibrare tutti i processi nell’ottica dello Sviluppo sostenibile.”

In una densa settimana, dal 4 al 13 dicembre, abbiamo seguito il progetto “Paesaggi Umani. Distillare storie dalle geografie per una mappa parlante” per Contemporaneamente di Roma Capitale. Le occasioni ci hanno immerso in un vero “spettacolo della città”, come  valore che emerge dalle storie inscritte nelle geografie urbane.asino che vola

Siamo partiti dall’ex Mattatoio di Testaccio dove abbiamo esplorato l’EcoMercato del cibo etico insieme alla Rete Per la Terra con i protagonisti riuniti per  presentare e commercializzare i loro prodotti agricoli realizzati fuori dalla grande distribuzione. Uno degli eventi è stato partecipare alla performance di Mariella Fabbris, attrice dalla carica umana irresistibile, che narrando la via del sale, di memoria storica, ci ha portato a degustare le acciughe in dodici modi diversi.

Il giorno dopo il walkabout (esplorazione radionomade) è al Pio Sodalizio dei Piceni, nel prezioso chiostro di San Salvatore in Lauro, rilevando i paesaggi umani delineati dall’impronta picena data da Papa Sisto V, di cui ricorre il Cinquecentenario dalla nascita, focalizzando la figura di Raffaele Fabretti, “principe della romana antichità” e primo sovrintendente ai beni culturali, protagonista del Seicento romano, consigliere sia di tre Papi sia di Cristina di Svezia. In questo contesto è stata ripresentata (dopo la prima edizione di Paesaggi Umani) un’operazione di performing media: l’animazione digitale, realizzata con un sistema di Intelligenza Artificiale da Nuvola Project, con un lavoro ben più sottile dell’effetto deep fake, attraverso un morphing attoriale, del ritratto della “Regina di Roma” (come fu riconosciuta Cristina di Svezia dal popolo romano) e dei quadri parlanti di Sisto V e Raffaele Fabretti.
La mattina dell’8 dicembre si va a Tordinona per dedicarci a un altro “nume tutelare” di Roma, Paolo Ramundo, scomparso nello scorso agosto. E’ stato una straordinaria anima rivoluzionaria, dimostrò come “riprenderci la città”. Lì dove campeggia il murales dell’ “Asino che vola”, ideato da Ramundo, durante la lotta per la casa negli anni Settanta, viene presentato il progetto visionario dell’Oculus, sviluppato con Nanni Morabito, che delinea oggi una prospettiva per il Distretto Artigiano che sta rinascendo proprio in quella “periferia” al centro di Roma.lungo l'acquedotto
A San Lorenzo si va alla prima Casa dei Bambini della Montessori, parlando della battaglia alla povertà educativa del sindaco Nathan nel 1907. E qui parliamo di come questo quartiere sia stato il primo a ribellarsi ai fascisti nel 1922 durante la Marcia su Roma.
Un walkabout psicogeografico è quello ispirato al paesaggio sospeso dell’attesa, seguendo l’approccio per cui una parola chiave ci sollecita a porre uno sguardo sui luoghi che si attraversano. Un esercizio che abbiamo avviato anni fa con l’attrice-autrice Consuelo Ciatti, seguendo alcune suggestioni rese da Samuel Beckett, maestro dei paradossi urbani, come “Rifiuti” realizzato al Centro Raccolta di Cinecittà (misurandoci con “Giorni felici”) e “Desolazione” interpretando un frammento di “Cascando” al Roxy bar della Romanina, dove ci si rivoltò alla prepotenza dei Casamonica.
Venerdì 10 dicembre il walkabout scorre  lungo l’Acquedotto Felice per ripercorrere la memoria di Don Sardelli, con Matteo Amati, uno dei maggiori protagonisti dell’agricoltura sociale in Italia, che nel 1971 affiancò Don Roberto nella lotta alla povertà educativa in quella che fu considerata la Calcutta d’Europa. Ascoltiamo, estratti in podcast dal docufilm “Non Tacere” di Fabio Grimaldi, titolo anche del libro collettivo che testimonia l’esperienza della “scuola di strada” detta 725, per il numero della baracca in cui si sviluppò quell’esperienza nel 1968.
Il pomeriggio dello stesso venerdì s’incontra Marco Baliani, il maestro del teatro di narrazione, in cui si parla di come la tensione politica rivoluzionaria forgiò poetiche inedite. Ciò vale anche per il walkabout di sabato ad Acilia dove si è ripercorsa la memoria della sua infanzia, messa in forma nel romanzo “Nel regno di Acilia”.lucrezia
Domenica all’Antiquarium di Lucrezia Romana si narra una delle  storie più significative di Roma. E’ quella di Lucrezia, moglie di Collatino,  di cui s’evocata la storia del suo suicidio dopo lo stupro subito dal figlio di Tarquinio il superbo. Ciò accade attraverso i versi che gli dedicò William Shakespeare, in un poema che rese famoso quel sacrificio che nel V secolo a.c. determinò la rivolta dei romani contro il re etrusco per cui nacque la Repubblica. Si è fatto parlare Lucrezia dipinta in un quadro di Cranach animato dal tocco artigiano di intelligenza artificiale messo a punto da Nuvola Project.
L’ultima mossa è al Quirinale, nel giorno del compleanno di Sisto V che segna il 500nario “der papa tosto”, nel luogo che lui stesso ha fatto diventare sede istituzionale e che ha visto la fine dei suoi giorni. Lungo il percorso si innervano più chiavi di lettura, dall’impronta di Sisto V all’importanza di una percezione contemporanea per riconoscere il Quirinale come ” la casa degli Italiani”, grazie all’operazione “Quirinale contemporaneo” in cui accanto alle vestigia secolari si combinano opere d’arte contemporanea e di raffinato design.
Un focus è stato individuare gli appartamenti in cui risiedeva Raffaele Fabretti nel 1689. Monsignor Fabretti è stato una figura chiave del XVII secolo romano: è il trait d’union tra l’impronta picena di Sisto V un secolo prima e l’evoluzione del Barocco, seguendo da vicino Cristina di Svezia nella configurazione dell’Arcadia. E’ con lei, considerata la Regina di Roma, che portò con sé la “Atene del Nord”, la prima Accademia Reale delle Scienze che poi fu concepita come Arcadia.fabretti AR
Alla fine Nuvola Project presenta delle cartoline che funzionano come marker per una Realtà Aumentata che fa parlare Raffaele Fabretti.
Questa visita istituzionale di Urban Experience al Quirinale ha scandito l’avvio del 500nario di Sisto V. Un vero e proprio primo passo pubblico per aprire uno sguardo prospettico sul Papa che rifondò Roma dopo essere stata devastata, come mai nella sua storia di declini,  dai Lanzichenecchi nel 1527. Una violazione di tale gravità che qualcuno associa al  cinismo disincantato, e ormai congenito ,dei romani.

E’ possibile ascoltare tutte le conversazioni radionomadi nella mappa parlante su www.radiowalkabout.it realizzata con i geo-podcast: le registrazioni degli streaming web radio georeferenziati lungo i percorsi urbani.

Quale titolo sarebbe più azzeccato di Almone Rhapsody per la nuova iniziativa di Urban Experience? La rapsodia è un ‘antica forma di poesia e una partitura musicale ma in questo caso gli elementi sono la narrazione nomade, mescolando passeggiate in conversazione e supportate da una trasmissione radiofonica. E i partecipanti stessi diventano rapsodi , poeti e musican ti. Filo conduttore, potremmo dire base sonora, della rapsodia è il fiume Almone , uno dei tre fiumi di Roma , fiume arcaico e amato dagli antichi Romani che sottolineavano nell ‘etimo Almo il culto della vita e della fertilità. almoneOggi l’Almone è in gran parte stato intubato e maltrattato (fece notizia la diga di canne e plastiche). Fuorché nel tratto che attraversa il parco della Caffarella grazie agli eroici volontari dell’Associazione che lo hanno ripulito dalla “monnezza” che vi scaricavano a monte, e restituito con le sue chiare e fresche acque ai frequentatori del parco. Non solo criticit à dunque nei walkabout di Urban Experience, ma anche respiro per c hi si adopera per rivitalizzare ciò che è stato abbandonato. In cinque incontri abbiamo “ascoltato” l’Almone. Osservandolo al tramonto dal ponte della Scienza proprio dove entra nel Tevere, in una specie di terra di n essuno, riflettendo alla Cartiera Latina quando il fiume era fon te di forza motrice per le macchine agricole e industriali. Facendolo “parlare” con le voci d’archivio dell’AMOOD -Archivio del Movimento operaio e democratico , proprio all’altezza dei Mercati Generali che rappresentano un bell ‘esempio di rigenerazione urbana. Ma sopratutto domenica 23 la rapsodia ha raggiunto il suo apice perché costeggiando il fiume ne abbiamo ripercorso le tappe storice più antiche quando la realtà era fatta sopratutto di natura e miti. Ecco allora la voce di Consuelo Ciatti far parlare la dea Cibele, divinità frigia inclusa nel pantheon romano , evocare la Lavatio Matris Deum ovvero la pietra nera che veniva portata in processione e lavata nel fiume . E poi costeggiando la Cisterna romana arriviamo al Ninfeo della ninfa Egeria. Un vero mix di natura, mitologia, psicogeografia.

In origine, ovvero eravamo nel  1700 in Europa,  era la tipica usanza di nobili e  ricchi per rompere la monotonia dei pranzi ufficiali: organizzare un pranzo in mezzo ai campi o lungo i fiumi. Allora i servitori imbandivano vere tavolate e come cibo veniva consumata la selvaggina appena cacciata. In seguito  è diventato per tutti il modo più simbolico, ma anche più gioioso, per aprire la bella stagione e pranzare in libertà. Da Pasqua fino almeno a Ferragosto quando con i primi temporali estivi si godono  gli ultimi giorni di vacanza dal lavoro, poi si riprende il tran tran post ferie. Sto parlando del pic nic (da pique, spiluzzicare, e nique,  cosa di poca importanza) ovvero la scampagnata fatta con amici e parenti   compresi i bambini “fuori porta”  cioè non molto lontano da dove si vive o  in un parco verde della città. Obiettivo: stare in compagnia divertendosi e mangiando.  Il pic nic, detto in dialetto anche “romanata” o “pranzo al sacco”, è facile ed economico. Gli ingredienti sono semplici e alla portata di tutti. Occorrono: tovaglia da stendere sul prato in modo da mangiare senza sedie, cibi adatti alla condivisione  tipo polpettine di carne o vegetali, insalate di cereali con legumi, frittate  e torte salate,  pane già affettato, uova sode, sottaceti, formaggi e salumi, verdura e frutta già pulite da mangiare con le mani.

Ebbene anche per questo clima informale che facilita le amicizie, il pic nic è molto popolare. Lo sa bene la regina Elisabetta d’Inghilterra che ne ha organizzato uno molto speciale per festeggiare i suoi 70 anni di regno. Queste le caratteristiche. Location: Buckingam Palace. Invitati: 12 mila ospiti estratti a sorte. Nel cestino ognuno ha trovato un impermeabile a poncho per la prevedibile pioggia e cinque portate tipiche della tradizione culinaria inglese: salmone scozzese affumicato;  zuppa fredda di pomodori con peperone, cetriolo condite con olio alla menta; insalata di pollo; Crumble di fragole; torta al cioccolato.

A parte questo esempio  regale,  il pic nic è alla portata di tutti ed è diventato occasione per  riflettere sul cibo a chilometro zero e sul non spreco alimentare nel rispetto della natura.  Come è avvenuto sulle colline bolognesi il 5 giugno 2017 per  la Giornata internazionale del pic nic per la decrescita. Qui bisognava portare piatti di ceramica, bicchieri di vetro, posate da casa per non fare troppa spazzatura e cucinare solo piatti locali.

Tra i tanti pic nic della mia vita ne ricordo uno coloratissimo nell’isola di Mauritius dove era stato creato un parco cittadino  con  tante Tamerici,  in fila come un pioppeto, a ridosso della scogliera sull’Oceano Indiano. Uno dei pochi spazi verdi destinato a  tutti,  lasciato libero dai grandi alberghi che hanno colonizzato ogni centimetro della costa mauriziana.  L’effetto paesaggistico era quanto mai strano, tipo natura addomesticata. Dettaglio poco  importante per le centinaia di persone  che intorno alle 12 a.m. hanno cominciato ad arrivare, stendere teli colorati a terra, tirar fuori thermos giganti, contenitori per cibo (ho sbirciato e ricordo soprattutto riso con avocado e alette di pollo fritte), piatti e bicchieri di latta alla maniera indiana. Contemporaneamente sono arrivati diversi carretti motorizzati, come  i nostri gelatai negli anni Sessanta,  anticipati da sonerie tipo trenino in arrivo e un profumo di zucchero filato ha invaso l’aria. Zucchero filato di vari colori, dal fucsia al verde,  che per  diverse ore fino al tramonto  ha fatto la gioia dei presenti. Zucchero filato colorato,  direi il piatto forte del pic nic domenicale a Mauritius.

Per non smentire il proverbio “paese che vai, pic nic che trovi”.

pubblicato in http://mondita.it/

C’è aria di festa in questi giorni tra i filari di piante e i semenzai della Ditta Ingegnoli di Milano. Aperta nel lontano 1789 in quella che era la campagna e ora è centro città, ebbe la lungimiranza di importare i semi della pianta del caco, detto anche kaki, dalla lontana Cina. Quindi non i soliti mercanti arabi o i botanici viaggiatori ma i due fratelli capostipiti della ditta di sementi che tuttora, dopo ben sei generazioni, continua a “seminare” orti e giardini italiani e oltre confine.caco

Il caco, dicevamo. Se non fosse per gli Ingegnoli il caco sarebbe ancora pianta esotica mentre ora è prodotto in abbondanza e con i suoi frutti colora l’inverno da noi ma non sempre è apprezzato perché allappa se ancora acerbo, si disfa in mano se è troppo maturo.  Eppure in Cina è considerato l’albero dalle sette virtù per la dolcezza dei frutti, la robustezza del legno, la longevità della pianta, l’impiego decorativo delle sue foglie, il fuoco prodotto dall’ardore dei suoi rami, la possibilità per gli uccelli di nidificare tra i rami, la sagoma ombreggiata creata dall’imponente albero.

E se attraverso i semi del caco possiamo festeggiare i duecento anni di questa pianta, l’occasione è buona per riflettere in generale sull’importanza dei semi e la lungimiranza di chi li cura, li essicca, li conserva e li fa di nuovo germogliare. Per associazione, la mente va dritta a Vandana Shiva, la studiosa indiana di economia mondiale che ha fondato il centro Navdania, una vera banca del seme agricolo.  In realtà Navdania è il nome di un´antica tradizione indiana che vuole che il primo giorno di ogni anno le donne piantino 9 semi in un vaso. Dopo 9 giorni le donne portano i loro vasi al fiume e confrontano i risultati della semina: questo consente di vedere chi ha ottenuto i germogli migliori e genera una serie di scambi di semi. Questa pratica fa sì che ogni famiglia possa avere a disposizione i semi migliori e ogni villaggio possa ottenere cibo abbondante. Proprio il tema dei semi e delle loro conservazione rappresenta l´anima del movimento Navdania. Ad oggi nella banca dei semi della fattoria di Vandana Shiva, vero tempio della biodiversità, si trovano i semi di 600 specie vegetali indiane: 250 tipi di riso, di cui 13 di basmati, 19 tipi di grano, 3 di mais, 4 di lenticchie, 6 di senape. La banca è in continuo arricchimento e ai semi indiani ogni anno se ne aggiungono altri provenienti da tutto il mondo.

La scelta di fare un passo indietro, abbandonare l´abbondante uso di prodotti chimici in agricoltura conseguente alla ´green revolution´ indiana e all´introduzione dell´agricoltura intensiva, è alla base della filosofia che anima il centro Navdania. E di questo Vandana  parlerà in una Lectio magistralis intitolata “La democrazia della Terra”, domenica 28 gennaio 2018 al Cinema Odeon di Firenze in collaborazione con Terra Nuova Editrice e Altracittà Le Piagge.

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La bancarella di frutta e verdura di via Verbania sembra un residuato bellico. In effetti qui una volta c’era un mercato quotidiano lungo tutta la strada. Ci passo davanti quasi tutti i giorni andando verso la casa dei miei nipotini e osservo con curiosità ma anche un senso di  leggero disgusto quell’unica bancarella che accende la luce quando fa buio e viene chiusa dopo una bella pulizia del marciapiede. Ma io vedo sopratutto che cosa ha intorno, il grosso edificio STA (ovvero un deposito autobus enorme, ancora vigilato da custodi ma inutilizzato), i due alberi spuntati dal marciapiede che sembrano un inno alla sopravvivenza del mondo vegetale, e intorno alla bancarella tante macchine ben parcheggiate ma troppe per i miei gusti di pedone con bambini al seguito. E poi in via Verbania tira sempre un vento gelido che si infila lì non so perché prima di lanciarsi sulla via Tuscolana. Eppure davanti alla bancarella di Shamin e Jacqui due fratelli dal Bangladesh, c’è sempre un sacco di gente italiana che aspetta di comprare. Loro sono di poche parole gentili ma quando aprono bocca si esprimono  con una tale simpatia chiamando per nome i clienti, che mi invogliano a fermarmi per comprare. Niente, ogni volta, ho una scusa diversa. Sono troppo lenti, fa troppo freddo, torno più tardi, ripasso sta sera. Sempre un po’ stizzita io, osservata dagli altri clienti pazienti e in fila come la stressata da supermercato sempre di fretta che vuole scavalcare la fila per farsi servire per prima. E ogni volta sbircio la bancarella, la verdura capata, i carciofi puliti tenuti in acqua e limone, il pane fresco tagliato e impacchettato, la fila di uova,  patate e cipolle di vari prezzi, la frutta ben allineata, il contenitore del minestrone e quello dell’insalata mista che loro preparano continuamente, con le mani sempre protette dai guanti usa e getta. Li ascolto dare consigli, prendi quei pomodori che maturano sulla pianta, le carote col ciuffo sono del contadino.. Ma ogni volta scappo via sempre un po’ diffidente.

Finché un giorno passando con la nipotina piccola addormentata nel passeggino, mi fermo per comprare banane e dico “ma che freddo fa  qui!”. “Prendi lo zenzero e bevilo con acqua calda”, sentenzia Shamin con il suo tono gentile e gli occhi sorridenti  “noi nel nostro paese lo mettiamo sempre”. “Ma noi chi, non è cinese lo zenzero?” ribatto io un po’ antipatichina. E lì parte la voce sapiente di Shamin a dire che loro, in Bangladesh dove vivono, lo zenzero lo coltivano ovunque anche in montagna e lo usano in tutto, verdure, pollo, riso, minestre, infusi. E che la pianta fuori sembra paglia e solo la radice viene usata.  Mamma mia quanto sono ignorante, mi sono detta pensando distrattamente che Bangladesh e Cina sono Asia. A casa vado a leggere e mi documento  e scopro che lo zenzero è una delle spezie più antiche, presente nel commercio con l’Oriente fin dal Medioevo quando è stata il vero rimedio contro la peste nera. Lo nomina anche Dioscoride il greco che assegna il merito di averlo fatto arrivare in Europa ai mercanti arabi, ma è proprio Marco Polo a descrivere lo zenzero nei dettagli, dalla coltivazione all’uso alimentare. Un bel giro insomma.

E con lo zenzero ho preso fiducia in Shamin, una vera scoperta perché parla italiano disinvolto, capisce l’ironia dei romani, e sopratutto sa fare il suo mestiere di fruttivendolo perché, una volta arrivato in Italia 15 anni fa, ha lavorato in campagna, imparato a coltivare e raccogliere  e ora  vende sopratutto prodotti agricoli locali.  “Ma che ci fai in Italia, Shamin?” gli chiedo un giorno. “Voglio costruire la casa nel mio paese”. “Pensi di tornare lì?”. Sorride guardando la moglie, minuscola e vestita con l’abito bangla.

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Altra piacevole scoperta metropolitana  sabato 24 gennaio mentre seguo Piedi x terra testa nel cloud di Urbanexperience andando tra le pieghe segrete (ma nemmeno troppo) di Roma:  la Riserva Naturale Valle dell’Aniene .  Durante la passeggiata, in una giornata di sole battuta dalla Tramontana, guidati da Carlo con le radio  ma  con lo sguardo e le orecchie libere di spaziare, le scoperte sono state  tante.  La priorità va allo stupore di trovare  la campagna, il famoso Agro romano, dentro il G.R.A ovvero il limite oltre il quale vanno tutti i cittadini per la gita “fuori porta”. Invece basta raggiungere via Vicovaro, quartiere Montesacro  ovvero Roma, e siamo proprio ai margini tra l’edilizia residenziale e la natura come ce la immaginiamo nelle cartoline con il fiume che scorre, i piedi che scivolano sull’erba bagnata, il verde delle colline, gli uccelli che volano e una casa vera con tanto di camino e profumo di legna bruciata.

il gruppo ha raggiunto a piedi la sponda del fiume Aniene nella Riserva Naturale

raggiunta la sponda del fiume Aniene

Si capisce che questa bellezza  non è casuale ma  frutto di battaglie fatte dai cittadini riuniti per salvaguardare il  proprio territorio  e dargli un senso.  Anche qui come in altre parti di Roma è stato realizzato un orto cittadino: tanti piccoli lotti  assegnati a singoli o gruppi di persone che li coltivano in adesione al regolamento predisposto dall’Associazione. Per sapere di più della filosofia che li sostiene e che da anni anima tanti abitanti di ROma, diventati ortisti per passione ma anche per necessità,  è utile andare a esplorare la mappa degli orti urbani realizzata da Zappata Romana che già diversi anni fa aveva colto l’ aspirazione ortista di tanti cittadini.

cavoli, cavolfiori, broccoli coltivati in inverno negli orti della RIserva

cavoli, cavolfiori, broccoli

Questo è il periodo del cavolo in tutte le variazioni sul tema , gli orti invernali sono apparentemente in riposo ma tra le zolle spuntano piantine di bietola, ciuffi di fragole, tanti segnali che la semina sta dando  buoni frutti . Ai bordi gli arbusti di aromatiche sempre verdi, in lontananza  il boschetto di alberi piantati

nella Riserva Naturale Valle dell'Aniene si trova il boschetto dove per ogni nato si può piantare un albero

per ogni bimbo nato a Roma qui si può piantare un albero

ogni volta che nasce un bambino, dal sentiero sterrato si sentono gli zoccoli di alcuni cavalli in passeggiata. Insomma proprio una bella atmosfera. Mi guardo intorno e mi stupisco ancora una volta di essere a Roma. Ma le esplorazioni urbane proseguono e così le occasioni per stupirsi

 

Alle  nove di mattina squilla il telefono e inizia lo strano dialogo tra me e  Francesca (mia unica figlia)  che sottovoce mi annuncia  “è nata!” e io replico tra il sorpreso e l’incredulo  “è nata?”. Risposta “sì, è nata!”. “é nata!” ripeto come dire: ma come, ieri non c’era nulla di insolito e hai fatto tutto da sola? e ripeto “è nata!”  e lo dico finalmente con tono affermativo che Carlo si alza immediatamente in piedi e ripete la domanda “è nata?” … e così via per altre tre o quattro battute. E inizia la tremarella alle gambe che è salita fino al cervello e non mi ha abbandonata per due giorni. Tremarella che non ricordo di aver provato per la nascita, seppur emozionante, dei primi due nipoti. Sarà che insieme a Francesca avevo preparato nei minimi particolari la stanza dove è avvenuto il parto. Sarà che Francesca ha mostrato qualità di cui neppure lei era consapevole, delicatezza e forza insieme. Sarà che il filo matrilineare esiste e il fatto che sia femmina mi emoziona fin nell’inconscio.

L’atmosfera per la nascita di Violetta avvenuta in sordina anche se la aspettavamo mi ha veramente riempito di stupore e di gioia. All’alba del 15 novembre, in una casa silenziosa, con i fratellini che hanno continuato a dormire nella stanza accanto, Francesca ha dato alla luce Violetta, la sua terza figlia. Come posso non lasciar traccia di questo evento che mi rende nonna per la terza volta?

come dice il nonno Carlo: hai poche ore ma in te c'è tutto il futuro possibile

come dice il nonno Carlo: hai poche ore ma in te c’è tutto il futuro possibile

Il termine non l’ho inventato io ma Gilles Clément, botanico paesaggista francese. Ma tra tutti gli aggettivi che caratterizzano le piante che crescono spontanee e sfidano colate di asfalto, muretti di cemento, reti di recinzione, questo mi sembra il più bello. Piante vagabonde sono quelle che sfidano i confini geografici che delimitano i giardini ma anche i continenti e, magari portate dal vento, hanno trovato il luogo ideale per crescere tra le grate arrugginite di una finestra o ai piedi di una doccia nella sabbia di una spiaggia.

vagabonda a Ventotene

Da quando uso questo termine Cosimo e Jacopo, i miei nipotini di 10 e 8 anni, sono ancora più interessati a guardare le piante che incontriamo nelle nostre esplorazioni del territorio. Perché le piante vagabonde hanno il fascino dell’avventura. E fanno viaggiare la fantasia ad immaginare come quella specie di cocumeracea che sta crescendo con le sue foglie rigogliose sulla  sabbia abbia affrontato spostamenti casuali. Magari c’è finita  semplicemente con lo sputacchio dei suoi semi dalla bocca di chi stava mangiando una fetta di anguria o forse è rotolata da un camion che la stava trasportando al chiosco della rotonda o forse è arrivata dal mare cullata dalle onde di un giorno di tempesta … E ci domandiamo come abbia trovato la forza di germogliare e come possiamo fare per proteggerla. Ma anche a noi veri amanti dell’avventura  piace pensare che ce la farà da sola. E la incoraggiamo a farcela dandole un po’ di acqua dolce prima di salutarla.anguria vagabonda

Sono stata ben tre volte al pastificio di via della croce 8 a Roma che mi era già stato segnalato per l’economicità. Confermo quello che è stato scritto su molte guide: la pasta fresca è cucinata in due versioni, un bicchiere di vino o acqua a piacere, tutto per 4 euro. Purtroppo sabato scorso ho assistito ad una scena a dir poco allucinante. Una signora con i capelli grigi si era seduta in attesa dell’ amica che si era messa in fila per acquistare i piatti di pasta. Con i piatti fumanti in mano si è spostata verso l’amica quando il proprietario si è frapposto tra le due dicendo in inglese che la signora seduta non avrebbe potuto mangiare perché aveva occupato il sedile! Nessuno si è interposto, tutto si è bloccato, sguardi tra il sorpreso e l’allibito tra i presenti provenienti da varie parti del mondo! Per fortuna le due signore hanno avuto la prontezza di spirito di restituire i piatti di pasta e chiedere indietro gli 8 euro pagati.
Questo sarà anche un posto economico, ma quanta prepotenza bisogna mangiare insieme alla pasta fresca. Per di più senza scontrino!!