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Quale titolo sarebbe più azzeccato di Almone Rhapsody per la nuova iniziativa di Urban Experience? La rapsodia è un ‘antica forma di poesia e una partitura musicale ma in questo caso gli elementi sono la narrazione nomade, mescolando passeggiate in conversazione e supportate da una trasmissione radiofonica. E i partecipanti stessi diventano rapsodi , poeti e musican ti. Filo conduttore, potremmo dire base sonora, della rapsodia è il fiume Almone , uno dei tre fiumi di Roma , fiume arcaico e amato dagli antichi Romani che sottolineavano nell ‘etimo Almo il culto della vita e della fertilità. almoneOggi l’Almone è in gran parte stato intubato e maltrattato (fece notizia la diga di canne e plastiche). Fuorché nel tratto che attraversa il parco della Caffarella grazie agli eroici volontari dell’Associazione che lo hanno ripulito dalla “monnezza” che vi scaricavano a monte, e restituito con le sue chiare e fresche acque ai frequentatori del parco. Non solo criticit à dunque nei walkabout di Urban Experience, ma anche respiro per c hi si adopera per rivitalizzare ciò che è stato abbandonato. In cinque incontri abbiamo “ascoltato” l’Almone. Osservandolo al tramonto dal ponte della Scienza proprio dove entra nel Tevere, in una specie di terra di n essuno, riflettendo alla Cartiera Latina quando il fiume era fon te di forza motrice per le macchine agricole e industriali. Facendolo “parlare” con le voci d’archivio dell’AMOOD -Archivio del Movimento operaio e democratico , proprio all’altezza dei Mercati Generali che rappresentano un bell ‘esempio di rigenerazione urbana. Ma sopratutto domenica 23 la rapsodia ha raggiunto il suo apice perché costeggiando il fiume ne abbiamo ripercorso le tappe storice più antiche quando la realtà era fatta sopratutto di natura e miti. Ecco allora la voce di Consuelo Ciatti far parlare la dea Cibele, divinità frigia inclusa nel pantheon romano , evocare la Lavatio Matris Deum ovvero la pietra nera che veniva portata in processione e lavata nel fiume . E poi costeggiando la Cisterna romana arriviamo al Ninfeo della ninfa Egeria. Un vero mix di natura, mitologia, psicogeografia.

In origine, ovvero eravamo nel  1700 in Europa,  era la tipica usanza di nobili e  ricchi per rompere la monotonia dei pranzi ufficiali: organizzare un pranzo in mezzo ai campi o lungo i fiumi. Allora i servitori imbandivano vere tavolate e come cibo veniva consumata la selvaggina appena cacciata. In seguito  è diventato per tutti il modo più simbolico, ma anche più gioioso, per aprire la bella stagione e pranzare in libertà. Da Pasqua fino almeno a Ferragosto quando con i primi temporali estivi si godono  gli ultimi giorni di vacanza dal lavoro, poi si riprende il tran tran post ferie. Sto parlando del pic nic (da pique, spiluzzicare, e nique,  cosa di poca importanza) ovvero la scampagnata fatta con amici e parenti   compresi i bambini “fuori porta”  cioè non molto lontano da dove si vive o  in un parco verde della città. Obiettivo: stare in compagnia divertendosi e mangiando.  Il pic nic, detto in dialetto anche “romanata” o “pranzo al sacco”, è facile ed economico. Gli ingredienti sono semplici e alla portata di tutti. Occorrono: tovaglia da stendere sul prato in modo da mangiare senza sedie, cibi adatti alla condivisione  tipo polpettine di carne o vegetali, insalate di cereali con legumi, frittate  e torte salate,  pane già affettato, uova sode, sottaceti, formaggi e salumi, verdura e frutta già pulite da mangiare con le mani.

Ebbene anche per questo clima informale che facilita le amicizie, il pic nic è molto popolare. Lo sa bene la regina Elisabetta d’Inghilterra che ne ha organizzato uno molto speciale per festeggiare i suoi 70 anni di regno. Queste le caratteristiche. Location: Buckingam Palace. Invitati: 12 mila ospiti estratti a sorte. Nel cestino ognuno ha trovato un impermeabile a poncho per la prevedibile pioggia e cinque portate tipiche della tradizione culinaria inglese: salmone scozzese affumicato;  zuppa fredda di pomodori con peperone, cetriolo condite con olio alla menta; insalata di pollo; Crumble di fragole; torta al cioccolato.

A parte questo esempio  regale,  il pic nic è alla portata di tutti ed è diventato occasione per  riflettere sul cibo a chilometro zero e sul non spreco alimentare nel rispetto della natura.  Come è avvenuto sulle colline bolognesi il 5 giugno 2017 per  la Giornata internazionale del pic nic per la decrescita. Qui bisognava portare piatti di ceramica, bicchieri di vetro, posate da casa per non fare troppa spazzatura e cucinare solo piatti locali.

Tra i tanti pic nic della mia vita ne ricordo uno coloratissimo nell’isola di Mauritius dove era stato creato un parco cittadino  con  tante Tamerici,  in fila come un pioppeto, a ridosso della scogliera sull’Oceano Indiano. Uno dei pochi spazi verdi destinato a  tutti,  lasciato libero dai grandi alberghi che hanno colonizzato ogni centimetro della costa mauriziana.  L’effetto paesaggistico era quanto mai strano, tipo natura addomesticata. Dettaglio poco  importante per le centinaia di persone  che intorno alle 12 a.m. hanno cominciato ad arrivare, stendere teli colorati a terra, tirar fuori thermos giganti, contenitori per cibo (ho sbirciato e ricordo soprattutto riso con avocado e alette di pollo fritte), piatti e bicchieri di latta alla maniera indiana. Contemporaneamente sono arrivati diversi carretti motorizzati, come  i nostri gelatai negli anni Sessanta,  anticipati da sonerie tipo trenino in arrivo e un profumo di zucchero filato ha invaso l’aria. Zucchero filato di vari colori, dal fucsia al verde,  che per  diverse ore fino al tramonto  ha fatto la gioia dei presenti. Zucchero filato colorato,  direi il piatto forte del pic nic domenicale a Mauritius.

Per non smentire il proverbio “paese che vai, pic nic che trovi”.

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C’è aria di festa in questi giorni tra i filari di piante e i semenzai della Ditta Ingegnoli di Milano. Aperta nel lontano 1789 in quella che era la campagna e ora è centro città, ebbe la lungimiranza di importare i semi della pianta del caco, detto anche kaki, dalla lontana Cina. Quindi non i soliti mercanti arabi o i botanici viaggiatori ma i due fratelli capostipiti della ditta di sementi che tuttora, dopo ben sei generazioni, continua a “seminare” orti e giardini italiani e oltre confine.caco

Il caco, dicevamo. Se non fosse per gli Ingegnoli il caco sarebbe ancora pianta esotica mentre ora è prodotto in abbondanza e con i suoi frutti colora l’inverno da noi ma non sempre è apprezzato perché allappa se ancora acerbo, si disfa in mano se è troppo maturo.  Eppure in Cina è considerato l’albero dalle sette virtù per la dolcezza dei frutti, la robustezza del legno, la longevità della pianta, l’impiego decorativo delle sue foglie, il fuoco prodotto dall’ardore dei suoi rami, la possibilità per gli uccelli di nidificare tra i rami, la sagoma ombreggiata creata dall’imponente albero.

E se attraverso i semi del caco possiamo festeggiare i duecento anni di questa pianta, l’occasione è buona per riflettere in generale sull’importanza dei semi e la lungimiranza di chi li cura, li essicca, li conserva e li fa di nuovo germogliare. Per associazione, la mente va dritta a Vandana Shiva, la studiosa indiana di economia mondiale che ha fondato il centro Navdania, una vera banca del seme agricolo.  In realtà Navdania è il nome di un´antica tradizione indiana che vuole che il primo giorno di ogni anno le donne piantino 9 semi in un vaso. Dopo 9 giorni le donne portano i loro vasi al fiume e confrontano i risultati della semina: questo consente di vedere chi ha ottenuto i germogli migliori e genera una serie di scambi di semi. Questa pratica fa sì che ogni famiglia possa avere a disposizione i semi migliori e ogni villaggio possa ottenere cibo abbondante. Proprio il tema dei semi e delle loro conservazione rappresenta l´anima del movimento Navdania. Ad oggi nella banca dei semi della fattoria di Vandana Shiva, vero tempio della biodiversità, si trovano i semi di 600 specie vegetali indiane: 250 tipi di riso, di cui 13 di basmati, 19 tipi di grano, 3 di mais, 4 di lenticchie, 6 di senape. La banca è in continuo arricchimento e ai semi indiani ogni anno se ne aggiungono altri provenienti da tutto il mondo.

La scelta di fare un passo indietro, abbandonare l´abbondante uso di prodotti chimici in agricoltura conseguente alla ´green revolution´ indiana e all´introduzione dell´agricoltura intensiva, è alla base della filosofia che anima il centro Navdania. E di questo Vandana  parlerà in una Lectio magistralis intitolata “La democrazia della Terra”, domenica 28 gennaio 2018 al Cinema Odeon di Firenze in collaborazione con Terra Nuova Editrice e Altracittà Le Piagge.

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La bancarella di frutta e verdura di via Verbania sembra un residuato bellico. In effetti qui una volta c’era un mercato quotidiano lungo tutta la strada. Ci passo davanti quasi tutti i giorni andando verso la casa dei miei nipotini e osservo con curiosità ma anche un senso di  leggero disgusto quell’unica bancarella che accende la luce quando fa buio e viene chiusa dopo una bella pulizia del marciapiede. Ma io vedo sopratutto che cosa ha intorno, il grosso edificio STA (ovvero un deposito autobus enorme, ancora vigilato da custodi ma inutilizzato), i due alberi spuntati dal marciapiede che sembrano un inno alla sopravvivenza del mondo vegetale, e intorno alla bancarella tante macchine ben parcheggiate ma troppe per i miei gusti di pedone con bambini al seguito. E poi in via Verbania tira sempre un vento gelido che si infila lì non so perché prima di lanciarsi sulla via Tuscolana. Eppure davanti alla bancarella di Shamin e Jacqui due fratelli dal Bangladesh, c’è sempre un sacco di gente italiana che aspetta di comprare. Loro sono di poche parole gentili ma quando aprono bocca si esprimono  con una tale simpatia chiamando per nome i clienti, che mi invogliano a fermarmi per comprare. Niente, ogni volta, ho una scusa diversa. Sono troppo lenti, fa troppo freddo, torno più tardi, ripasso sta sera. Sempre un po’ stizzita io, osservata dagli altri clienti pazienti e in fila come la stressata da supermercato sempre di fretta che vuole scavalcare la fila per farsi servire per prima. E ogni volta sbircio la bancarella, la verdura capata, i carciofi puliti tenuti in acqua e limone, il pane fresco tagliato e impacchettato, la fila di uova,  patate e cipolle di vari prezzi, la frutta ben allineata, il contenitore del minestrone e quello dell’insalata mista che loro preparano continuamente, con le mani sempre protette dai guanti usa e getta. Li ascolto dare consigli, prendi quei pomodori che maturano sulla pianta, le carote col ciuffo sono del contadino.. Ma ogni volta scappo via sempre un po’ diffidente.

Finché un giorno passando con la nipotina piccola addormentata nel passeggino, mi fermo per comprare banane e dico “ma che freddo fa  qui!”. “Prendi lo zenzero e bevilo con acqua calda”, sentenzia Shamin con il suo tono gentile e gli occhi sorridenti  “noi nel nostro paese lo mettiamo sempre”. “Ma noi chi, non è cinese lo zenzero?” ribatto io un po’ antipatichina. E lì parte la voce sapiente di Shamin a dire che loro, in Bangladesh dove vivono, lo zenzero lo coltivano ovunque anche in montagna e lo usano in tutto, verdure, pollo, riso, minestre, infusi. E che la pianta fuori sembra paglia e solo la radice viene usata.  Mamma mia quanto sono ignorante, mi sono detta pensando distrattamente che Bangladesh e Cina sono Asia. A casa vado a leggere e mi documento  e scopro che lo zenzero è una delle spezie più antiche, presente nel commercio con l’Oriente fin dal Medioevo quando è stata il vero rimedio contro la peste nera. Lo nomina anche Dioscoride il greco che assegna il merito di averlo fatto arrivare in Europa ai mercanti arabi, ma è proprio Marco Polo a descrivere lo zenzero nei dettagli, dalla coltivazione all’uso alimentare. Un bel giro insomma.

E con lo zenzero ho preso fiducia in Shamin, una vera scoperta perché parla italiano disinvolto, capisce l’ironia dei romani, e sopratutto sa fare il suo mestiere di fruttivendolo perché, una volta arrivato in Italia 15 anni fa, ha lavorato in campagna, imparato a coltivare e raccogliere  e ora  vende sopratutto prodotti agricoli locali.  “Ma che ci fai in Italia, Shamin?” gli chiedo un giorno. “Voglio costruire la casa nel mio paese”. “Pensi di tornare lì?”. Sorride guardando la moglie, minuscola e vestita con l’abito bangla.

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Altra piacevole scoperta metropolitana  sabato 24 gennaio mentre seguo Piedi x terra testa nel cloud di Urbanexperience andando tra le pieghe segrete (ma nemmeno troppo) di Roma:  la Riserva Naturale Valle dell’Aniene .  Durante la passeggiata, in una giornata di sole battuta dalla Tramontana, guidati da Carlo con le radio  ma  con lo sguardo e le orecchie libere di spaziare, le scoperte sono state  tante.  La priorità va allo stupore di trovare  la campagna, il famoso Agro romano, dentro il G.R.A ovvero il limite oltre il quale vanno tutti i cittadini per la gita “fuori porta”. Invece basta raggiungere via Vicovaro, quartiere Montesacro  ovvero Roma, e siamo proprio ai margini tra l’edilizia residenziale e la natura come ce la immaginiamo nelle cartoline con il fiume che scorre, i piedi che scivolano sull’erba bagnata, il verde delle colline, gli uccelli che volano e una casa vera con tanto di camino e profumo di legna bruciata.

il gruppo ha raggiunto a piedi la sponda del fiume Aniene nella Riserva Naturale

raggiunta la sponda del fiume Aniene

Si capisce che questa bellezza  non è casuale ma  frutto di battaglie fatte dai cittadini riuniti per salvaguardare il  proprio territorio  e dargli un senso.  Anche qui come in altre parti di Roma è stato realizzato un orto cittadino: tanti piccoli lotti  assegnati a singoli o gruppi di persone che li coltivano in adesione al regolamento predisposto dall’Associazione. Per sapere di più della filosofia che li sostiene e che da anni anima tanti abitanti di ROma, diventati ortisti per passione ma anche per necessità,  è utile andare a esplorare la mappa degli orti urbani realizzata da Zappata Romana che già diversi anni fa aveva colto l’ aspirazione ortista di tanti cittadini.

cavoli, cavolfiori, broccoli coltivati in inverno negli orti della RIserva

cavoli, cavolfiori, broccoli

Questo è il periodo del cavolo in tutte le variazioni sul tema , gli orti invernali sono apparentemente in riposo ma tra le zolle spuntano piantine di bietola, ciuffi di fragole, tanti segnali che la semina sta dando  buoni frutti . Ai bordi gli arbusti di aromatiche sempre verdi, in lontananza  il boschetto di alberi piantati

nella Riserva Naturale Valle dell'Aniene si trova il boschetto dove per ogni nato si può piantare un albero

per ogni bimbo nato a Roma qui si può piantare un albero

ogni volta che nasce un bambino, dal sentiero sterrato si sentono gli zoccoli di alcuni cavalli in passeggiata. Insomma proprio una bella atmosfera. Mi guardo intorno e mi stupisco ancora una volta di essere a Roma. Ma le esplorazioni urbane proseguono e così le occasioni per stupirsi

 

Alle  nove di mattina squilla il telefono e inizia lo strano dialogo tra me e  Francesca (mia unica figlia)  che sottovoce mi annuncia  “è nata!” e io replico tra il sorpreso e l’incredulo  “è nata?”. Risposta “sì, è nata!”. “é nata!” ripeto come dire: ma come, ieri non c’era nulla di insolito e hai fatto tutto da sola? e ripeto “è nata!”  e lo dico finalmente con tono affermativo che Carlo si alza immediatamente in piedi e ripete la domanda “è nata?” … e così via per altre tre o quattro battute. E inizia la tremarella alle gambe che è salita fino al cervello e non mi ha abbandonata per due giorni. Tremarella che non ricordo di aver provato per la nascita, seppur emozionante, dei primi due nipoti. Sarà che insieme a Francesca avevo preparato nei minimi particolari la stanza dove è avvenuto il parto. Sarà che Francesca ha mostrato qualità di cui neppure lei era consapevole, delicatezza e forza insieme. Sarà che il filo matrilineare esiste e il fatto che sia femmina mi emoziona fin nell’inconscio.

L’atmosfera per la nascita di Violetta avvenuta in sordina anche se la aspettavamo mi ha veramente riempito di stupore e di gioia. All’alba del 15 novembre, in una casa silenziosa, con i fratellini che hanno continuato a dormire nella stanza accanto, Francesca ha dato alla luce Violetta, la sua terza figlia. Come posso non lasciar traccia di questo evento che mi rende nonna per la terza volta?

come dice il nonno Carlo: hai poche ore ma in te c'è tutto il futuro possibile

come dice il nonno Carlo: hai poche ore ma in te c’è tutto il futuro possibile

Il termine non l’ho inventato io ma Gilles Clément, botanico paesaggista francese. Ma tra tutti gli aggettivi che caratterizzano le piante che crescono spontanee e sfidano colate di asfalto, muretti di cemento, reti di recinzione, questo mi sembra il più bello. Piante vagabonde sono quelle che sfidano i confini geografici che delimitano i giardini ma anche i continenti e, magari portate dal vento, hanno trovato il luogo ideale per crescere tra le grate arrugginite di una finestra o ai piedi di una doccia nella sabbia di una spiaggia.

vagabonda a Ventotene

Da quando uso questo termine Cosimo e Jacopo, i miei nipotini di 10 e 8 anni, sono ancora più interessati a guardare le piante che incontriamo nelle nostre esplorazioni del territorio. Perché le piante vagabonde hanno il fascino dell’avventura. E fanno viaggiare la fantasia ad immaginare come quella specie di cocumeracea che sta crescendo con le sue foglie rigogliose sulla  sabbia abbia affrontato spostamenti casuali. Magari c’è finita  semplicemente con lo sputacchio dei suoi semi dalla bocca di chi stava mangiando una fetta di anguria o forse è rotolata da un camion che la stava trasportando al chiosco della rotonda o forse è arrivata dal mare cullata dalle onde di un giorno di tempesta … E ci domandiamo come abbia trovato la forza di germogliare e come possiamo fare per proteggerla. Ma anche a noi veri amanti dell’avventura  piace pensare che ce la farà da sola. E la incoraggiamo a farcela dandole un po’ di acqua dolce prima di salutarla.anguria vagabonda

Sono stata ben tre volte al pastificio di via della croce 8 a Roma che mi era già stato segnalato per l’economicità. Confermo quello che è stato scritto su molte guide: la pasta fresca è cucinata in due versioni, un bicchiere di vino o acqua a piacere, tutto per 4 euro. Purtroppo sabato scorso ho assistito ad una scena a dir poco allucinante. Una signora con i capelli grigi si era seduta in attesa dell’ amica che si era messa in fila per acquistare i piatti di pasta. Con i piatti fumanti in mano si è spostata verso l’amica quando il proprietario si è frapposto tra le due dicendo in inglese che la signora seduta non avrebbe potuto mangiare perché aveva occupato il sedile! Nessuno si è interposto, tutto si è bloccato, sguardi tra il sorpreso e l’allibito tra i presenti provenienti da varie parti del mondo! Per fortuna le due signore hanno avuto la prontezza di spirito di restituire i piatti di pasta e chiedere indietro gli 8 euro pagati.
Questo sarà anche un posto economico, ma quanta prepotenza bisogna mangiare insieme alla pasta fresca. Per di più senza scontrino!!

“E’ primavera, svegliatevi bambine. Alle Cascine il primo sole fa il rubacuor!”. Cantava così la nonna Amalia, nata settimina nel 1889, che aveva allevato sette figli facendo la lavandaia. Ecco perché tutti la chiamavano la Marescialla, si era indurita e aveva preso un piglio da autoritaria. Ma quando nell’aria arrivava l’odore e il calore di marzo, si metteva a cantare. Unica concessione al suo sguardo duro. Io mi divertivo da matti con lei a cantare, complici della trasgressione primaverile che invitava a lasciarsi andare. Quando ero bambina avevo una casa su un albero e un giardino intorno. Poi i tempi sono cambiati, le città hanno stritolato il verde della campagna, o meglio lo hanno inglobato se non annullato tra le costruzioni. Dicono sia colpa dell’introduzione del cemento armato che ha spinto a costruire palazzi alti. Sarà, ma la voglia di alberi, di prati, di fiori è sempre più forte perché se ne sente il desiderio, il bisogno, per vivere meglio . Ecco perché nelle città sono nate tante iniziative dette di giardinaggio sovversivo: si adottano aiuole, si fanno bombe di semi, si circondano gli alberi che rischiano di essere potati alle radici, ci si ritrova nei cortili e li si coltiva a orti . E io, che non ho più un giardino né un orto sento, che è tempo di seminare .

Me lo ricorda il web con i messaggi dai vari giardinieri sparsi in tutta Italia. Allora seguo il consiglio delle Lezioni di giardinaggio Planetario avuto in una giornata d’inverno nel bel mezzo di uno spettacolo teatrale: giro con semi di girasole e semi di zucca in tasca e li sparpaglio ovunque io veda un poco di terra o una breccia dentro un muro.

Proprio oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera.