Quinto report in cui si ricostruisce (senza foto, non era possibile scattarle) il workshop a Rebibbia. La foto riguarda il progetto che dal 18 settembre al 21 ottobre 2026 ha attraversato Roma camminando e interrogando un territorio in transizione.

Paesaggi Umani di Roma Plurale è finito in carcere…con il workshop del 21 ottobre nella Casa Circondariale di Rebibbia. Il tema è stato Lo sguardo partecipato nel tempo sospeso e in quest’ultima sessione si è riusciti a fare un walkabout, dato non scontato. In un carcere non è possibile far entrare un telefono cellulare e quindi convincere i responsabili della sicurezza a portare un sistema radio è stato arduo. Grazie all’ostinazione ispirata di Maria Teresa Caccavale di Happy Bridge e dell’educatrice penitenziaria Giuseppina Boi del Ministero della Giustizia si è riusciti, dimostrando che il raggio della trasmissione radiofonica non superava i 100 metri di estensione. La “radio che cammina” non sarebbe andata oltre le mura di contenzione. Si è così “sciamato” nel giardino, uno spazio verde adibito agli incontri con i familiari, con tavoli disseminati tra i gazebo di legno.
Per alcuni dei detenuti, quelli che non ne hanno mai goduto (per l’infausto fatto di non aver avuto la possibilità di incontrare dei parenti) è stata una rivelazione. Un dato importante di per sé. Muovendosi con le cuffie in quello spazio aperto, camminando e conversando grazie ai sistemi radio, si è giocato con quelle che abbiamo definito le “trappole di realtà”: dei bigliettini con su scritto delle frasi estratte da alcuni libri scelti durante la prima sessione del workshop. Frasi sospese, una volta decontestualizzate dall’artefatto letterario, input randomici che hanno svolto una funzione paradossalmente oracolare. Nella sessione precedente, rimasti bloccati in biblioteca dato che non avevano concesso il walkabout, si era escogitato un gioco scorrendo le centinaia di titoli dei libri tra gli scaffali. L’input era: “individua nel titolo qualcosa che ti riguarda, che ti stana, che è prossimo al tuo destino…ai tuoi desideri”. Qualcuno aveva giocato facile scegliendo Cinquanta sfumature di grigio altri Storia di una ladra di libri, Il Destino del Cacciatore, Grido di Guerra, i Viaggi di Gulliver, Il sopravvissuto, Dietro lo specchio, Albero e foglia, … Le frasi estratte scritte sui bigliettini, proprio come i “pizzini”, hanno accompagnato la conversazione peripatetica in un gioco combinatorio tra citazioni letterarie e confessioni individuali. Un dribbling radiofonico (si era tutti immersi nel cloud radio) tra quelle “trappole” che una volta definite “message in the bottle” hanno subito sollecitato quel brano famoso dei Police canticchiato alla bene e meglio. E’ stato tutto ancora più netto quando si associato quei messaggi alle pietre d’inciampo così dette perchè concepite come lapidi raso terra, proprio come i sampietrini, fatte apposta per inciampare nella memoria grave dell’Olocausto e della lotta al nazi-fascismo.
In quel carcere di Rebibbia si è così posto l’interrogativo su come si possa esplorare un “paesaggio sospeso”, come quello di una prigione. Un luogo privato della realtà, uno spazio-tempo bloccato da principi etero-diretti, dettati da altri, negando la libertà individuale. Insistendo siamo riusciti a camminare insieme, condividendo non solo percorsi (ridotti al minimo) ma pensieri scaturiti da sguardi diversi che rivelano come la realtà possa diventare come un prisma secondo la molteplicità dello “sguardo partecipato”. Quando si è capito questo s’è scoperto che metodo in greco antico (meta-hodos) significa mettersi in cammino per raggiungere un obiettivo. Come quello che forse è il più importante di tutti: liberare il proprio potenziale.
Urban Experience usa metodi come i walkabout (una pratica adottata dagli aborigeni australiani, il popolo più antico della Terra, come rito di iniziazione) per fare dei cammini ovunque, adottando l’”apprendimento dappertutto”, anche intorno ad un tavolo nella biblioteca di un carcere che a un certo punto diventa “palestra di empatia”. Il mondo non è solo fuori di noi, è anche dentro. È sia nell’impronta filogenetica che nelle storie che abbiamo vissuto ma ancor più il mondo è nel modo attraverso cui lo osserviamo. È ciò che riguarda la percezione, ricordandosi, sempre, che viene prima della realtà (anche quando pensiamo che ci venga sottratta).

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